Sergio Mattarella lo ha scelto come mediatore in esplorazione, per essere la terza carica dello Stato, pacata, mite nel suo fare politico. Dell’uomo grillino che ora pilota la giostra delle consultazioni, Roberto Fico, non tutti sanno la sua storia, e che si è reso protagonista anche di gesti poco comuni e molto discussi.
Napoletano, classe 1974, pentastellato della primissima ora, Fico ha per la seconda volta il compito di agevolare la formazione di un governo. Nell’aprile del 2018, quando il presidente Mattarella gli chiese di esplorare la possibilità di un’alleanza Pd-M5S, andò male. Fu Renzi a stopparlo. E chissà se, questa volta, la calma quasi flemmatica di Fico non riesca a smussare gli spigoli, anche caratteriali, dei leader della maggioranza.
Fico è uno dei fondatori dei Meetup degli Amici di Beppe Grillo, quando il M5S non era stato ancora istituito (era il 2005). Quando i “grillini” balzarono alle cronache diventò un personaggio simbolo del Movimento, fino all’ascesa in Parlamento. Al centro delle polemiche lo è stato in diversee occasioni.
Nel 2018, già presidente della Camera, nel giorno del ricordo della strage di Capaci al porto di Palermo, Fico accese gli animi tenendo le mani in tasca durante l’inno di Mameli e apparendo completamente distaccato dalla cerimonia.
Per Giorgia Meloni “Un presidente della Camera con le mani in tasca durante l’Inno d’Italia è semplicemente indegno”, aveva commentato. «Preferisco una mano in tasca per qualche secondo, alla mano sul cuore di chi poi tradisce lo Stato», replicò, arrampicandosi sugli specchi, il grillino.
Poi il pugno chiuso durante la festa della Repubblica, segno evidente dell’appartenenza comunista. Fico era stato immortalato, infatti, mentre salutava i cittadini alzando il pugno chiuso (ovviamente il sinistro). Il significato sembrava inequivocabile, ma il numero uno della Camera, anche in quella occasione, sviò le polemiche, affermando che il pugno nulla avesse a che vedere con il comunismo.
Tra le controversie legate al personaggio, l’accusa l’anno successivo, formulata dalla trasmissione Le Iene, di aver pagato una colf in nero, polemica che poi è anche finita in tribunale. Il presidente della Camera perse contro Le Iene, accusate di diffamazione. Aveva risposto con una querela ai servizi di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti sulla presenza di una colf in nero nell’abitazione dove vive a Napoli la compagna dell’esponente del Movimento 5 Stelle. Ma il giudice riconobbe le verità del servizio.
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