Conte non vuole entrare nel governo, ma punta alla guida del M5S

Giuseppe Conte non vuole entrare nel nuovo governo, ma nemmeno intende arroccarsi. E poche cose lo hanno offeso in questi giorni tormentati, quanto il sospetto che abbia mai pensato di ostacolare la formazione di una maggioranza a sostegno di Mario Draghi, indicato dal Quirinale: «I sabotatori cerchiamoli altrove». In quei 180 secondi in piedi dietro al tavolino di piazza Colonna, assediato da cameramen, fotografi e giornalisti, l’avvocato degli italiani ha plasticamente detto addio a Palazzo Chigi, la cui facciata faceva da fondale alla scenografia studiata dal portavoce Rocco Casalino. Ma chi si aspettava un passo di addio, ha assistito a una «mossa del cavallo» che sa tanto di discesa in campo.

La dichiarazione (senza contraddittorio) con cui il presidente del Consiglio dimissionario rinuncia alla tentazione dell’Aventino, raccoglie l’appello di Mattarella alla responsabilità nazionale e si ritaglia uno spazio politico, contiene messaggi destinati a incidere su uno scenario in convulsa evoluzione. Per dirla con Goffredo Bettini, «Conte ha messo con delicatezza una mano sulla testa dei 5 Stelle». Ha detto loro «io ci sono e ci sarò», parole che tanti parlamentari hanno interpretato come la volontà di mettersi alla testa del Movimento e traghettarlo «per il bene del Paese» nella nuova maggioranza. La scelta sofferta di Conte, favorita in primis da Beppe Grillo, sposta il partito numericamente più grande del Parlamento dal campo di una possibile, barricadera opposizione, a quello della maggioranza. E ancora, altro non trascurabile effetto, congela l’idea della lista elettorale e del partito personale che Conte accarezzava da mesi. Chiedersi se il professore di Diritto privato sarà il candidato premier del centrosinistra è prematuro, ma colui che per il Nazareno è «il punto di equilibrio» della coalizione, non nasconde l’ambizione di proporsi come federatore di una «alleanza per lo sviluppo sostenibile» tra M5S, Pd e Leu. Questione tutta da vedere alla luce del nuovo sistema elettorale proporzionale, che il Pd vorrebbe calendarizzare al più presto. Il secondo messaggio, indirettamente rivolto a Matteo Renzi, è traducibile prosaicamente con parole come queste: sei riuscito a rottamare il mio governo e a cacciarmi da Palazzo Chigi, ma non manderai in pezzi l’alleanza tra Pd, M5S e Leu. Agli «amici della coalizione» che gli sono rimasti leali, Conte offre un orizzonte elettorale con la promessa di «realizzare il nostro progetto politico».

Una formula piena, maturata anche per il pressing forsennato dei dirigenti del Pd che temevano di subire il «cappotto» dal leader di Italia viva. Dopo Dario Franceschini, che si era appellato al M5S e aveva spronato Conte a essere «il primo e più convinto sostenitore di Draghi», Nicola Zingaretti si è speso per sciogliere i dubbi del professore e a sera, da Lilli Gruber su La7, grondava sollievo: «La fine del governo Conte poteva coincidere con la fine dell’alleanza con i 5 Stelle e Leu e invece così non è stato». Il resto lo ha fatto Goffredo Bettini. Convinto che Conte sia «un galantuomo di rara signorilità», il dirigente del Pd ci ha parlato a lungo, consigliandogli di impostare un «discorso da statista» e di porsi come punto di riferimento dell’intera alleanza.

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