Le frane interne al Movimento 5 Stelle non mancano mai. Il no a Mario Draghi l’ha detto per primo Alessandro Di Battista. Che, però, non sta in Parlamento e non ha quindi voti di fiducia da negare o dare. Lo hanno seguito Barbara Lezzi, Nicola Morra e Danilo Toninelli, di certo tra i più critici nelle prime ore. Poi le loro posizioni si sono smorzate, sono diventate più morbide, e ora si limitano a chiedere un voto su Rousseau o un governo che porti il Paese al voto entro pochi mesi. Nel Movimento 5 Stelle la spaccatura sulla nascita del governo Draghi e sul sostegno al presidente incaricato è evidente. Anche se gli interventi di Beppe Grillo e Giuseppe Conte sembrano aver attenuato le tensioni. Ma quanti sono i parlamentari del Movimento che potrebbero non votare la fiducia a Draghi? Di nomi ne circolano un po’, ma al momento non sembra trattarsi di un gruppo così nutrito da poter realmente mettere in difficoltà i vertici pentastellati.
Fino a pochi giorni fa si parlava addirittura di circa 50 senatori del Movimento contrari al sostegno al governo Draghi. Numeri che sembrano ora scesi e l’impressione è che una parte di questi parlamentari possa al massimo astenersi, non votare contro. In questi giorni l’obiettivo è stato quello di ridurre il dissenso interno, arrivando a un massimo di 15 senatori e altrettanti deputati contrari. Al momento si parla di una trentina di indecisi, con solo una decina certamente pronti a votare no alla fiducia.
Per provare a compattare il gruppo è arrivato anche Beppe Grillo a Roma negli scorsi giorni. Poi un altro tentativo l’ha fatto nella notte Giuseppe Conte, durante l’assemblea M5s. Ma dalla stessa assemblea sono emersi alcuni mal di pancia, come quelli di Vilma Moronese e Matteo Mantero, che sono contrari a un governo insieme a Forza Italia e alla Lega. Gli altri nomi dei critici a questo sostegno che circolano sono quelli di Alberto Airola, Matteo Crucioli e Gianluca Ferrara. Il M5s, comunque, viene rincuorato dai numeri: con l’appoggio della Lega a Draghi i suoi senatori non saranno decisivi. La maggioranza in Senato può fare tranquillamente a meno dei dissidenti del gruppo pentastellato. Così i big del partito si possono accontentare di ottenere un governo almeno in parte politico per sostenere il presidente del Consiglio incaricato.
