Roberto Saviano sul Corriere della Sera torna a parlare di Giorgia Meloni e Matteo Salvini, accusandoli addirittura di aver difeso il Dante Alighieri solo «per coprire il fatto che non hanno né progetti né piani né visione per ritirare su (sic) la cultura italiana». Parole che si commentano da sè.
L’avesse rinfacciato a Dario Franceschini, non ci sarebbe stato nulla di ridire. È il ministro competente e ha pure bacchettato Widmann citando Dante: «Non ragionar di loro, ma guarda e passa». Invece, con il bersaglio grosso a portata di tiro, l’autore di Gomorra ha preferito sparare su quello che ha zero responsabilità per lo stato in cui versa la cultura italiana. Perché? L’impressione è che Saviano volesse cantare fuori dal coro, ma senza esagerare. Perciò ha patrocinato Widmann, stando però attento a non rinnegare Dante. Da qui la furbata di opporre all’icona della cultura radical-chic tedesca i soli Meloni e Salvini. Quasi a far capire che quella e solo quella sarebbe la compagnia per chi si azzardasse a criticarla, cioè nazionalisti e populisti.
Mica è per caso che uno diventa er mejo fico der bigoncio del mainstream culturale italiano, per altro atteggiandosene pure a vittima designata. E chissà che non si debba a questo singolare sdoppiamento il ricordo del Poeta «esule, infangato e diffamato per tutta la vita». Già, il povero Dante se la vide più che brutta per quelle ingiuste accuse di concussione e di arricchimento con cui i suoi nemici lo costrinsero ad abbandonare la politica. E Saviano ha fatto bene a sottolinearlo. Ma, chissà perché, resta forte il sospetto che di quegli zelanti accusatori, se fosse vissuto allora, egli ne sarebbe stato senz’altro il capo.
