Fa buon viso davanti ai giornalisti il premier Mario Draghi, dicendo che nella maggioranza va tutto bene, nonostante nei giorni scorsi Salvini ha attaccato Speranza a testa bassa in nome delle riaperture. «Non ho fatto nessun appello all’unità, non c’è bisogno di farlo. È insita nella composizione della maggioranza», assicura infatti l’ex-presidente della Bce. «Qualunque ministro di questo governo – aggiunge – può confermarlo». Persino Speranza: «Non è in discussione», ha precisato il presidente del Consiglio.
L’impressione è che Draghi cominci ad assumere consapevolezza che un Consiglio dei ministri è luogo assai diverso dal board della Bce. E che il Parlamento vive anche di flussi di informazioni da parte del governo. È il motivo per cui ieri ha incontrato le delegazioni dei partiti. «Un’occasione straordinaria di scambio, spunti e contatto col Parlamento», sottolinea. È un metodo – quello delle consultazioni con i partiti – cui «intende dare una ulteriore spinta», attraverso nuovi incontri. Ma è la parte economico-finanziaria quella più importante. «Dal 30 marzo ad oggi – spiega Draghi – sono stati pagati due miliardi nella prima settimana e nella seconda settimana un miliardo, ma i pagamenti non sono ancora terminati». Un modo per sottolineare la rapidità dei pagamenti previsti dal decreto sostegni. Il problema, tuttavia, non riguardava la puntualità ma la quantità.
Quanto al Def, che rappresenta la cornice che definirà la prossima legge di bilancio, il premier ne evidenzia le «stime giustamente prudenziali». Ma, spiega, solo perché non tengono conto delle riforme previste dal Recovery Plan: giustizia civile, Pubblica amministrazione, semplificazione, fisco. «E queste – assicura – avranno sicuramente un effetto positivo sulla crescita». Un chiarimento anche sul rapporto debito/Pil, su cui Cottarelli ha di recente lanciato l’allarme. «Se giudicassimo la situazione con gli occhi di ieri sarebbe molto preoccupante», premette. «Gli occhi di oggi – aggiunge – sono completamente diversi. La pandemia ha reso legittima la creazione di debito. Ha ispirato i comportamenti delle regole di Bruxelles, che infatti sono sospese, e informato la politica monetaria della Bce».
Prova ne sia che «gli occhi di oggi vedono tassi di interesse che erano al 3 per cento e oggi sono allo 0,5 sull’emissione del debito pubblico». Infine, una previsione sulla durata della sospensione del Patto di stabilità Ue. «Nessuno – conclude Draghi – ha ventilato che le regole possano tornare in vigore come erano. Non è previsto in una discussione complessa, che durerà tutto l’anno prossimo. Gli altri Paesi europei non sono in condizioni dissimili da noi. Vi sarà una soluzione di buon senso. Un impegno verso una decrescita del rapporto debito/Pil senza che sia compromessa l’economia del Paese».
