Anche il governatore campano Vincenzo De Luca, come ha fatto nei giorni scorsi la giornalista Murgia, ha sferrato un insulso attacco a Figliuolo e alla divisa. Al Generale suggerisce di andare «in giro per l’Italia in abiti civili». «Quando si hanno funzioni civili – ha sostenuto De Luca nella sua bizzarra recriminazione – io credo che sia inappropriato andare in giro in abiti militari. Non solo per un’appropriatezza di funzioni. Ma perché questo rischia di determinare problemi delicati. Cioè rischia di scaricare questo comportamento sull’immagine delle forze armate la polemica politica: e questo è sbagliato. L’immagine dell’Esercito deve essere tenuta fuori dalle polemiche politiche. Ma quando si gestisce un piano di distribuzione diventano inevitabili i contrasti e le polemiche. E non è accettabile che questo possa avere ricadute sull’immagine delle forze armate. Ci vuole tanto a capirlo? Mi auguro che si correggano comportamenti inappropriati».
E due. A giudicare dalle parole di De Luca oggi, e della Murgia prima, se fosse per loro e per le loro paradossali considerazioni, che culminano in altrettanto incongruenti conclusioni, probabilmente il nostro esercito o non esisterebbe nemmeno. O, quantomeno, dovrebbero indossare abiti informali. E chissà, magari sostituire alte uniformi delle grandi occasioni istituzionali con abiti arcobaleno e tenute genderfluid. Ma insomma, chi stabilisce che devono essere i nuovi dogmi dei guru di sinistra a dover dettare regole e rivoluzionare costumi secondo i dettami di una mentalità radical chic di stampo dem, che tutto è, in questo caso, meno che politicamente corretta? E soprattutto, cosa può giustificare l’attacco sferrato su più fronti alla divisa e a ciò che rappresenta? Le argomentazioni portate avanti da entrambi i detrattori non solo non convincono. Ma proprio non rispondono all’inquietante interrogativo…
