Da quando Enrico Letta è tornato dalla Francia per insediarsi nel PD e prendere in mano le redini del partito, non ne ha azzeccata una.
Orami è un mix tra Fantozzi e Tafazzi. Il contropiede rifilatogli da Draghi proprio sulla tassa di successione è solo il flop più recente ed evidente. Ma prima ne ha collezionati tanti. A cominciare dall’alleanza con il M5S, che pure ha perseguito con puntiglio degno di miglior causa. Alla fine si ritrova con un pugno di mosce in mano e a rischio sconfitta nelle principali città italiane, a cominciare da Roma. Accadesse realmente, quella che per i grillini rappresenterebbe una debacle per il Pd diventerebbe una tragedia. Tanto più che sulla legge elettorale, appena tornato dal volontario “esilio” parigino, Letta ha rimesso in soffitta il proporzionale in favore del maggioritario.
Una scelta di discontinuità rispetto a Zingaretti che ora mezzo partito gli chiede di riconsiderare. A che servirebbe – ragionano nel Pd – impiccarsi al progetto di una coalizione con i 5Stelle ballano più di Don Lurio e sono ormai prossimi all’implosione? Solo a complicarsi la vita. Prova ne sia lo spiazzamento seguito alla sortita di Salvini su Draghi al Quirinale. Oltre che per intuitus personae, il centrodestra pensa così di accorciare di un anno la legislatura. E Letta? Se accetta, i suoi lo linciano. Se si oppone, rischia di regalare Draghi agli avversari. Proprio lui che aveva deciso di “sposarne” l’agenda. Un disastro, appunto.
