L’Europa ha promesso all’Italia duecento miliardi nell’ambito del Pnrr (piano nazionale di ripresa e resilienza), ma ci sono delle condizioni. Il commissario agli affari europei, Paolo Gentiloni, ha sottolineato nei giorni scorsi che «ogni anno ci sarà un esame della commissione europea per verificare il rispetto degli obiettivi del piano nazionale. I bonifici di Bruxelles partiranno solo se si raggiungono gli obiettivi nei tempi previsti dal calendario».
Insomma, senza riforme i soldi non arriveranno. Vero è che il nostro Paese sta avviando le misure legislative in questione, come l’iter sulla Giustizia e il prossimo sulla riforma fiscale, dopo aver lasciato tutto in cantina da tempo, nonostante queste riforme fossero necessarie per rilanciare il sistema paese, rafforzandone la struttura giuridica, amministrativa ed economica.
Una proposta più radicale (sostenuta da professionisti, professori di diritto tributario ed Avvocatura dello stato) prevede l’evoluzione delle Commissioni tributarie in veri e propri giudici togati a tempo pieno, specializzati, reclutati tramite pubblico concorso ed in prospettiva in grado di integrare i ranghi della Sezione tributaria della Corte di Cassazione.
Altra proposta (sostenuta dai magistrati ) ritiene che, siccome la Costituzione non prevede una giurisdizione tributaria, non sarebbe possibile la creazione di un giudice speciale in aggiunta a quelli esistenti (amministrativo, contabile, militare).
In base a quanto riporta Italia Oggi, considerato che il processo tributario, che riguarda controversie per un valore complessivo annuo di circa 40 miliardi di euro, ha ad oggi una durata media di 7/8 anni ed un arretrato in Cassazione, in costante aumento, di oltre 55.000 ricorsi, è facile capire che quest’ultimo proposta è poco più di un pannicello caldo per una giustizia tributaria che ha necessità di una riforma ad ampio raggio e strutturale, come del resto evidenziato dal Pnrr. Al fondo della divergenza è evidente una divisione riconducibile alla categoria di appartenenza. La prima proposta è infatti sostenuta da professionisti ed accademici; la seconda è appoggiata dal primo presidente della Cassazione e da alcune associazioni di magistrati, forse preoccupate che la figura del nuovo giudice tributario togato tolga spazio alla primazia della magistratura ordinaria e correlativamente al suo organo di controllo. Ma è evidente che se non si riusciranno ad arginare gli interessi corporativi rischia di fallire l’attuazione del Pnrr e i 200 miliardi ad esso collegati.
