Nell’albergo americano di via Aurelia, periferia di Roma, inviati di Stati Uniti e Cina hanno discusso per otto ore in quello che è stato definito uno scontro “feroce”. Questa è l’occasione per l’America di mettere in guardia i cinesi: se aiutate Putin subirete delle conseguenze. Non si sa come abbia risposto il delegato di Xi Jin Ping, non a caso soprannominato «la tigre» dal vecchio Bush. Ma non sarà un caso che subito dopo il Financial Times sia uscito affermando che Pechino si appresta a fornire armi a Mosca: brutto, bruttissimo segnale che ignora precedenti e reiterate smentite cinesi e conferma il timore che l’Occidente nutre.
La Cina non voleva questa guerra che contrasta con i suoi piani di espansione, ma nel momento in cui essa si prolunga non sembra incline ad assumere il ruolo di mediatore quanto piuttosto a riaffermare il proprio legame (definito «di roccia») con i russi. Oltretutto questi ultimi si candidano così a diventare una sorta di gigantesco stato-vassallo della futura potenza planetaria del XXI secolo, l’antagonista strategico dell’Occidente come dicono i think tank di Washington. In questo modo si è conclusa la maratona romana. Anzi, no. In realtà il programma prevedeva anche un passaggio dell’americano Sullivan a Palazzo Chigi per parlare con Draghi «ai fini del coordinamento».
Questo rapido passaggio nella sede del governo italiano sottolinea per converso una certa marginalità che si è notata dell’Italia nel tentativo di fermare la tragedia ucraina. Fateci caso, non si parla più di super-Mario: viceversa si susseguono di continuo incontri in cui il presidente francese (attivissimo, sia perché presidente di turno della Ue, sia per ragioni elettorali) e il cancelliere tedesco sono quasi i soli rappresentanti dell’Europa, insomma ecco il buon vecchio asse franco-tedesco che ha sempre governato il Continente. Forse gli italiani si erano un po’ illusi che a Palazzo Chigi sedesse il successore politico di Angela Merkel. Anche se ciò che accade solo marginalmente risale alla figura del presidente del Consiglio la cui autorevolezza è intatta, soprattutto sotto il profilo economico.
