Prima che entrasse nella sala capitolare del Senato, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha voluto mettere in chiaro il motivo del confronto con Enrico Letta, al vertice del Partito Democratico, specificando: «Nessun feeling, il confronto tra avversari è normale. Oggi si parla dei due principali partiti italiani e questo confronto non è da interpretare come un qualsiasi tipo di legame. Siamo due avversari orgogliosi nella loro avversità. Io sono stata sempre disponibile al confronto mentre in Italia si passa dall’insulto all’inciucio, una cosa che trovo poco dignitosa. Io rimango sempre nella mia metà campo e sono fiera di quello che dico per questo non ho paura di confrontarmi con l’altro».
La precisazione della Meloni non è affatto scontata, date le polemiche pronte a scoppiare mediaticamente non appena si viene a conoscenza di un confronto tra due leader di partito contrapposti. La presidente FDI ha ritenuto doveroso specificare che tra lei e Letta continuano a permanere lunghe distanze ideologiche, ma che un punto d’incontro va trovato in merito alla guerra tra Russia e Ucraina.
Nel botta e risposta con Letta, moderato dal direttore di Rainews24, Paolo Petrecca, la leader dell’opposizione ha voluto ribadire la sua posizione sulla guerra: «Sono per la legittima difesa sempre. Sia per un ladro che ti integra in casa, a maggior ragione per un popolo come quello ucraino, che si ritrova invaso». Poco prima infatti sottolineava che la stampa l’avrebbe additata di una “svolta atlantista”: «Vorrei ricordare che dal Msi a oggi la destra è sempre stata atlantista. FdI ha sempre avuto a cuore le alleanze ma anche la difesa interesse nazionale. Quando arriva un conflitto ti devi schierare ed è giusto che l’Italia sia compatta. Ma tutto ciò non va confuso con il fatto che FdI resta all’opposizione in modo netto e preciso».
Durante presentazione del rapporto internazionale “Freedoms at risk: the challenge of the century” nella sala capitolare del Senato, la Meloni lancia una domanda provocatoria: “chi si lamenta che abbiamo fatto commercio con la Russia, oggi io chiedo a loro: ma dove eravate? Io da ministro contestai le Olimpiadi in Cina e fui linciata…”.
Enrico Letta volta l’argomento sulla legge elettorale: per lui il rapporto tra eletti e lettori «è diventato troppo debole e ciò è dimostrato dalle basse percentuali di affluenza». Per questo chiede «strumenti di democrazia partecipativa. Noi abbiamo lanciato le Agorà democratiche e da qui emergeranno le proposte che porteremo nella campagna elettorale dell’anno prossimo. È necessario aggiungere strumenti partecipativi per evitare il grande rischio che gli elettori si disinteressino per cinque anni degli eletti», afferma, ma la Meloni lo smonta subito: «L’elettorato è disaffezionato perché vede disatteso il suo voto». La leader FDI prende la palla al balzo per sottolineare, per l’ennesima volta, la chiara opposizione del suo partito ad una legge elettorale proporzionale: «Quale è la base del sistema proporzionale? Non sapere chi governerà. Si fa una legge per decidere chi deve perdere, poi gli altri si mettono d’accordo. E a quel punto i programmi elettorali non valgono più niente. Allora serve una legge elettorale maggioritaria, che è chiara su chi vince, con programmi chiari. È indegno che in Italia ci sia questo costume di cambiare ogni volta la legge elettorale pochi mesi prima delle elezioni sulla base delle convenienze di chi ha i numeri in quel momento. Per questo abbiamo proposto una legge che prevede che una nuova legge elettorale possa entrare in vigore solo due anni dopo l’approvazione».
Insomma il confronto tra i due non è stato affatto facile come qualcuno avrebbe sperato. La posizione di Giorgia Meloni rimane fermamente distante dalle idee del Governo Draghi e dei suoi alleati.
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