La Russa: perché non mi dico antifascista? “Non rispondo da scimmietta ammaestrata”

In una intervista rilasciata al Corriere della Sera, Ignazio La Russa, presidente del Senato, torna a parlare del suo passato da militante politico e di quante cose siano cambiate fino ad oggi. A proposito di destra moderna, “nel 1995 a Fiuggi facemmo i conti con il fascismo e fui tra i protagonisti di quella svolta. Ma il mio atteggiamento forse troppo benevolo verso il Ventennio era già mutato da tempo, fin dai 18 anni, dopo i miei studi all’estero dove avevo avuto amici di tutte le etnie e di tutte le religioni”, afferma il presidente del Senato. Ma quando ha smesso di sentirsi fascista? Lui risponde: “Quando mi resi conto delle leggi razziali. Da ragazzo non me ne aveva parlato quasi nessuno, lo ammetto. Poi in me scattò qualcosa, che fu amplificato dalla conoscenza della comunità ebraica, dalla partecipazione alla loro vita, alle loro cerimonie”.

Negli anni ’90 La Russa propose di portare i fiori dove fu ucciso Mussolini, provocando la reazione di Pinuccio Tatarella: “A suo giudizio nella nostra comune volontà di costruire una destra pluralista, moderna ed europea, non c’era più spazio non solo per il fascismo ma anche per gesti che richiamassero il passato. Tatarella aveva capito che, oltre la sostanza, bisognava cambiare anche le forme. Il primo a intuirlo in realtà era stato Giorgio Almirante, che negli anni Settanta aveva allargato l’Msi a personalità antifasciste. Ma non era bastato. Più tardi, sul finire degli anni Ottanta, Pinuccio contribuì a lanciare Gianfranco Fini alla guida del partito. E io ero schierato con lui. Non è stato un percorso facile e indolore. Ecco perché sono stati sbagliati e dannosi i gesti di cui si sono resi responsabili quei ragazzi di Gioventù nazionale che hanno purtroppo offuscato la cristallina passione politica della maggioranza dei giovani militanti”.

Il presidente del Senato, La Russa racconta anche del suo primo viaggio allo Yad Vashem insieme a Walker Meghnagi, e per il suo giudizio sul fascismo “ho come punto di riferimento lo storico antifascista Renzo De Felice“. Allora perché non accetta di definirsi antifascista? “Perché non accetto di rispondere come una scimmietta ammaestrata, oltre che per il ricordo degli anni Settanta”, quando “arrivò la violenza dei cosiddetti nuovi partigiani, il loro slogan secondo cui ‘uccidere un fascista non è un reato’. Con loro non vorrò mai essere accomunato. E allora che iniziò l’antifascismo ideologico come viene inteso adesso”.

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