La Cassazione ribalta tutto: anche il tabacco può essere colpevole

Chi fuma sceglie liberamente di farlo, si è sempre detto. E quindi, se si ammala, è una responsabilità personale. Ma ora qualcosa è cambiato, e a dirlo non è un’opinione, ma una sentenza della Corte di Cassazione che apre scenari completamente nuovi in materia di responsabilità civile nei confronti dei grandi produttori di tabacco.

Con l’ordinanza n. 13844 del 2025, la Terza Sezione Civile della Suprema Corte ha accolto il ricorso degli eredi di una donna morta di carcinoma polmonare, puntando il dito contro la mancata informazione da parte dell’azienda produttrice di sigarette, la British American Tobacco Italia S.p.A. Secondo quanto emerso, la donna aveva iniziato a fumare nel 1965, in un’epoca in cui non esistevano campagne pubbliche incisive, né avvertimenti chiari sui pacchetti di sigarette. La consapevolezza del rischio oncogeno associato al fumo, insomma, non era così diffusa o chiara come lo è oggi.

In primo grado, il Tribunale aveva riconosciuto la responsabilità dell’azienda, dando ragione agli eredi. Ma la Corte d’Appello aveva ribaltato tutto, sostenendo che la donna avesse fatto una scelta consapevole. La Cassazione, tuttavia, ha smontato questa ricostruzione, stabilendo che, in mancanza di un’adeguata informazione, non si può davvero parlare di scelta libera. La vendita del tabacco è stata qualificata come un’“attività pericolosa” ai sensi dell’articolo 2050 del Codice civile, e come tale impone al produttore l’onere di dimostrare di aver fatto tutto il possibile per prevenire i danni.

La pronuncia, che segna un vero e proprio spartiacque rispetto all’orientamento tradizionale, ribalta il principio secondo cui la libertà del fumatore esonererebbe il produttore da ogni responsabilità. La Corte sottolinea come, fino agli anni ’90, l’informazione sui pericoli del fumo fosse carente, e che quindi chi aveva iniziato a fumare in quegli anni non poteva conoscere davvero i rischi a cui andava incontro. È in questo contesto che la scelta della vittima non può essere considerata “specifica e informata”.

Ma la Corte si spinge oltre, richiamando l’articolo 2 della Costituzione sul dovere di solidarietà, che impone agli operatori economici non solo di rispettare formalmente le norme, ma di agire con cautela, trasparenza e nel rispetto della salute dei consumatori. In altre parole, per chi vende beni potenzialmente pericolosi non basta che il prodotto sia legale: se è intrinsecamente dannoso, il produttore deve dimostrare di aver fatto tutto il possibile per informare e tutelare il consumatore.

Da oggi, quindi, i produttori di sigarette (e non solo) dovranno prestare ancora maggiore attenzione a come comunicano i rischi legati ai loro prodotti. E gli eredi di chi è morto per patologie legate al fumo potranno chiedere un risarcimento, a patto che dimostrino che il proprio familiare non era stato adeguatamente informato al momento in cui ha iniziato a fumare.

È una svolta che può avere conseguenze rilevanti anche per altri settori, specie quelli dove si commerciano prodotti leciti ma pericolosi. La Cassazione mette in chiaro che il diritto di scegliere ha senso solo se è supportato da una piena consapevolezza. Quando questa manca, la responsabilità può e deve ricadere su chi quel prodotto lo ha messo in commercio, senza avvertire davvero dei suoi rischi.

Noemi De Noia

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