La Cina entra a gamba tesa, l’America perde il centro: la crisi iraniana e il fallimento strategico di Trump (Di Andrea Franchi)

Per sei settimane Pechino ha osservato. Ha calcolato. Ha lasciato che Washington e Teheran consumassero la propria escalation, mentre il traffico energetico globale entrava in fibrillazione e gli equilibri regionali si logoravano. Poi, quando il blocco americano attorno all’Iran ha iniziato a colpire in modo diretto anche gli interessi cinesi nello Stretto di Hormuz, la Cina ha rotto il silenzio. Xi Jinping ha richiamato il principio del diritto internazionale e ha avvertito che il mondo non può tornare alla “legge della giungla”, in una presa di posizione letta a livello globale come una critica diretta alla gestione americana della crisi. (Reuters)

 

È qui che si consuma il primo vero salto qualitativo della guerra: la questione iraniana non è più soltanto uno scontro tra Stati Uniti, Israele e Iran, ma diventa il terreno su cui la Cina misura la debolezza strategica americana e si accredita come potenza più fredda, più metodica, più disciplinata. Non serve che Pechino mandi flotte o pronunci ultimatum roboanti. Le basta fare ciò che Washington oggi non riesce più a fare: apparire razionale. (The Washington Post)

 

La Cina non si muove per idealismo, ma per interesse

La postura cinese non nasce da un’improvvisa conversione giuridica. Nasce dal petrolio, dalle rotte, dalla sicurezza delle proprie forniture e dalla necessità di evitare che gli Stati Uniti trasformino Hormuz in una leva di pressione anche contro Pechino. Reuters ha riportato sia la critica cinese al blocco americano, sia il fatto che la diplomazia di Pechino abbia intensificato i contatti sul dossier iraniano, cercando al tempo stesso di non compromettere il vertice con Trump previsto in Cina. (Reuters)

Questo è il punto politico decisivo: la Cina non ha bisogno di vincere militarmente per guadagnare da questa crisi. Le basta lasciare che gli Stati Uniti mostrino al mondo la propria incoerenza. Da una parte Washington pretende di controllare i flussi nello Stretto di Hormuz e tenere sotto pressione l’Iran; dall’altra Trump continua a inseguire un’intesa commerciale e politica con Pechino, arrivando perfino a sostenere che Xi sarebbe “molto felice” per la riapertura o imminente riapertura dello stretto. È la confessione implicita di una dipendenza strategica: mentre prova a fare il duro, Trump ha bisogno che la Cina non gli faccia saltare il tavolo. (Reuters)

 

Gli errori di Trump: troppi, troppo gravi, troppo tardi

La crisi di queste settimane ha messo a nudo un difetto che ormai non si può più minimizzare: la politica trumpiana naviga senza bussola e senza una gerarchia credibile degli obiettivi. In pochi giorni la Casa Bianca ha annunciato il blocco, ha lasciato intendere l’apertura a negoziati, ha lanciato messaggi trionfalistici, ha rivendicato accordi che Teheran ha subito smentito, e ha mantenuto una linea oscillante persino sul punto più delicato, cioè le condizioni reali per fermare il programma nucleare iraniano. (Reuters)

Reuters ha inoltre riferito che perfino sul piano operativo gli Stati Uniti si sono trovati esposti: advisory navali hanno avvertito che la minaccia di mine in parti di Hormuz non è ancora pienamente compresa, mentre il traffico commerciale resta fragile nonostante i primi segnali di ripresa. In altre parole, Washington ha alzato la posta senza poter garantire davvero né sicurezza piena né risultato politico definitivo. (Reuters)

L’errore forse più pesante è però un altro: Trump ha trasformato la forza in improvvisazione. Ha creduto di poter usare la leva militare, la leva commerciale, la leva energetica e quella diplomatica tutte insieme, come se fossero intercambiabili. Non lo sono. La forza funziona solo quando è incardinata dentro una sequenza logica di obiettivi. Qui, invece, si è visto l’opposto: annunci contraddittori, priorità che cambiano di giorno in giorno, alleati lasciati al buio, rivali messi in condizione di apparire più affidabili degli Stati Uniti. (Reuters)

A questo punto molte di queste scelte sono ormai difficili da correggere. Perché in diplomazia il problema non è soltanto sbagliare; è far sapere a tutti che si è disposti a cambiare rotta in modo impulsivo. Una volta che partner e avversari interiorizzano l’idea che Washington può dire oggi il contrario di ieri, la deterrenza si indebolisce e la fiducia si consuma. E la fiducia strategica, una volta erosa, non si ricostruisce con un post o con una conferenza stampa.

 

Gli alleati costretti a voltare le spalle agli Stati Uniti

 In questo quadro, il raffreddamento degli alleati non appare come un tradimento dell’Occidente, ma come una conseguenza diretta della linea americana. Reuters ha documentato che Londra insiste sul pieno ripristino della navigazione a Hormuz e sulla trasformazione della tregua in una pace più stabile, mentre sul lato NATO si sono già registrate tensioni importanti e accuse reciproche sulla mancata solidarietà nella crisi iraniana. (Reuters)

Ancora più significativo è il fatto che, secondo Reuters, gli Stati Uniti abbiano avvertito alcuni Paesi europei di ritardi nelle consegne di armi a causa della guerra con l’Iran. Questo è il genere di notizia che lascia un segno profondo: gli alleati europei, già inquieti per la volatilità politica americana, vedono ora anche un impatto diretto sulla loro sicurezza materiale. (Reuters)

Quando un’alleanza comincia a percepire il partner dominante come fattore di rischio anziché come garante di ordine, si avvia un processo di distacco che non si ferma facilmente. Le capitali europee possono anche non voler rompere con Washington; ma iniziano inevitabilmente a pensare come ridurre la propria dipendenza da una Casa Bianca imprevedibile. E questo, dal punto di vista cinese, è un dividendo geopolitico enorme.

 

Le proposte alternative americane: più razionali, ma ostacolate dalla macchina trumpiana

 Il paradosso di questa fase è che negli Stati Uniti non mancano analisi più lucide. Reuters ha riferito che i colloqui mediati dal Pakistan hanno spinto le parti a discutere formule intermedie, con l’Iran che ha proposto una sospensione quinquennale del programma nucleare e gli Stati Uniti che chiedono un congelamento molto più lungo. La distanza resta ampia, ma il solo fatto che Teheran abbia messo sul tavolo una sospensione dopo settimane di guerra indica che la pressione, se calibrata con intelligenza, può produrre spiragli negoziali. (Reuters)

In parallelo, nel dibattito pubblico americano sono emerse proposte fondate su una logica più ordinata: combinare pressione economica, isolamento del fronte regionale iraniano, verifica stringente sul nucleare, e una prospettiva di normalizzazione condizionata in cambio di una rinuncia reale all’espansione destabilizzante. È una linea che, almeno sul piano teorico, ha una sua efficacia: mette Teheran di fronte a costi crescenti, ma non chiude la porta a una via d’uscita.

Il problema è che una strategia del genere richiede disciplina istituzionale, coerenza comunicativa e continuità negoziale. Tutto ciò che oggi manca. Anche una proposta sensata fallisce se è affidata a una macchina politica che annuncia una cosa al mattino, la smentisce il pomeriggio e la sostituisce la sera con un’altra improvvisazione. Ecco perché il limite non è tanto nell’architettura delle soluzioni possibili, quanto nell’incapacità di questa amministrazione di eseguirle in modo credibile. (Reuters)

 

Le fratture interne all’Occidente: la Cina osserva e incassa

 Le divisioni non sono soltanto geopolitiche. Sono anche politiche, culturali e morali. Negli Stati Uniti la guerra ha aperto crepe nel fronte conservatore e repubblicano. Reuters e ABC hanno riportato come gli attacchi di Trump a Papa Leone abbiano irritato una parte del mondo cattolico, proprio mentre il pontefice americano si è ritagliato un profilo critico ma autorevole sulla guerra e sul rispetto del diritto internazionale. (Reuters)

Lo scontro con il Papa non è un episodio folkloristico: è un segnale di logoramento del collante morale dell’Occidente. Quando il leader politico più potente dell’area occidentale entra in collisione con una figura spirituale percepita come equilibrata e non ricattabile, l’immagine di unità si incrina ulteriormente. La stessa dinamica emerge sul piano generazionale e politico interno, dove JD Vance ha dovuto ammettere, sia pure con prudenza, che molti giovani elettori non condividono la linea americana in Medio Oriente. (ABC News)

Per la Cina, tutto questo è un vantaggio strategico senza costi diretti. Ogni frattura nel campo occidentale riduce la capacità di Washington di dettare la linea. Ogni divergenza tra Stati Uniti ed Europa, tra Casa Bianca e alleati, tra presidenza americana e mondi religiosi o culturali influenti, amplia il margine di manovra di Pechino. La Cina non ha bisogno di cucire lei le divisioni: le basta approfittare di quelle che gli altri producono da soli.

 

Il danno più grande: le fratture si aprono in fretta e si richiudono lentamente

 Qui sta la lezione più severa di questa crisi. Le fratture internazionali sono facili da produrre e difficilissime da sanare. Un alleato umiliato pubblicamente può anche restare formalmente alleato, ma inizierà a costruirsi alternative. Un’opinione pubblica disillusa può anche non cambiare campo immediatamente, ma smetterà di credere alla narrazione della guida americana. Un rivale come la Cina, se vede l’Occidente diviso, non ha alcun incentivo a favorirne la ricomposizione.

In politica estera, i danni non si misurano solo nelle sconfitte militari. Si misurano nella perdita di reputazione, nella corrosione della fiducia, nella sensazione diffusa che il comando non sia più saldo. È esattamente ciò che sta accadendo agli Stati Uniti in queste settimane. E se oggi Pechino alza la voce non è perché si senta onnipotente, ma perché percepisce dall’altra parte una debolezza strutturale.

 

In ultima analisi

La Cina entra “a gamba tesa” non per gusto della provocazione, ma perché ha compreso che l’America di Trump si è infilata in una contraddizione strategica da cui difficilmente uscirà rafforzata. Voler contenere l’Iran, tenere sotto pressione la Cina, rassicurare i mercati, mantenere la leadership sugli alleati e, allo stesso tempo, cambiare linea a seconda della convenienza del momento, non è strategia: è instabilità elevata a metodo.

Il risultato è ormai evidente: Pechino guadagna spazio politico senza esporsi direttamente; gli alleati occidentali iniziano a prendere le distanze per necessità, non per scelta; e all’interno dell’Occidente si aprono fratture che richiederanno anni per essere ricomposte.

Le soluzioni esistono. Esistono sempre. Ma servono leadership capaci di distinguere tra forza e improvvisazione, tra pressione e disordine, tra potere e responsabilità.

E qui si inserisce una riflessione che va oltre l’attualità. La storia è piena di uomini che, convinti della propria centralità, hanno confuso il movimento con la direzione, l’azione con la strategia. Tra questi, Shutruk-Nahhunte, potente signore del suo tempo, protagonista di guerre condotte senza una visione, senza un disegno, senza un criterio che andasse oltre l’immediato esercizio del potere.

Fu temuto. Fu dominante. Fu, per un momento, decisivo. Poi fu dimenticato.

Non perché mancasse di forza, ma perché quella forza non costruì nulla di duraturo. Non lasciò ordine, non lasciò stabilità, non lasciò eredità.

È una lezione antica quanto la storia stessa: il potere che non si traduce in strategia, e la strategia che non si traduce in risultati, finiscono entrambi nello stesso modo — nell’irrilevanza.

E oggi, osservando la traiettoria intrapresa, il rischio per gli Stati Uniti non è perdere una guerra. È perdere qualcosa di molto più difficile da recuperare: la propria credibilità come guida del mondo occidentale.

 

Articolo a cura di Andrea Franchi

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