Approvato l’emendamento per anticipare di 5 anni la pensione. Ecco chi riguarda

Un emendamento alla legge di bilancio approvato ieri dalla Camera consentirebbe ad alcune migliaia di lavoratori di lasciare il posto a 62 anni con almeno venti anni di contributi (pensione di vecchiaia) o con 38 anni di versamenti (pensione anticipata). Tradotto: si potrà andare in pensione 5 anni prima se si lavora per un’ azienda che ha almeno 250 dipendenti. Si chiama “contratto di espansione” e dovrebbe essere, perlomeno nei piani di Palazzo Chigi, un aiuto concreto alle grandi imprese che si trovano in difficoltà e allo stesso tempo un modo per incentivare, oltre alle uscite, anche le assunzioni di giovani.

Il governo ha pensato di correre ai ripari per quanto riguarda la scadenza, a marzo, della norma che ha vietato i licenziamenti, da un lato prevedendo sostegni specifici per le Partite Iva, e dall’altro mandando in pensione i dipendenti delle imprese più grandi che, con l’addio a “quota 100”, avrebbero potuto lasciare il lavoro a 67 anni. L’emendamento, che è stato proposto dal leghista Massimo Garavaglia, è stato approvato da tutti i partiti alla Camera e nei prossimi giorni verrà ratificato, insieme al resto della manovra economica, dal Senato.

Il target dell’emendamento riguarda il 21 per cento dei dipendenti. Ovviamente chi userà la misura per la pensione di vecchiaia avrà una riduzione sull’assegno (a causa della mancanza di 5 anni di contributi) che, tuttavia, sarà compensato dai 5 anni in meno di lavoro. Mentre chi totalizzerà 38 anni di versamenti avrà comunque gli ultimi cinque pagati dall’impresa che, a sua volta, potrà scontare dalla somma i sostegni di disoccupazione. Un meccanismo che è anche una prima risposta alla cancellazione della legge Fornero, che ha creato un grande scalino tra i 62 anni (previsti fino al 2021) e i 67 anni per andare in pensione. Per colmarlo stabilmente Palazzo Chigi sta pensando a una norma che ridurrà gli anni per uscire dal lavoro, portandoli a 64 o 65. Crescono comunque anche gli stanziamenti previsti per il reddito di cittadinanza fino al 2029, segno che il governo teme che all’emergenza sanitaria seguirà una crisi sociale di vaste proporzioni.  

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