Oltre mille pagine snocciolano gli elementi sui quali i negoziatori europei e britannici sono riusciti a trovare una sintesi. Tuttavia, la necessità di concludere l’accordo entro il termine del periodo di transizione ha indotto le parti a mantenere alcune aree grigie.
I servizi finanziari, ad esempio, non sono interamente coperti dal testo consegnato dai negoziatori di Londra e Bruxelles. Le parti, da quanto si apprende, continueranno a lavorare per raggiungere un Memorandum of Understanding (MoU) entro il prossimo mese di marzo: l’ambizione dell’Unione europea è di ricondurre gran parte delle attività finanziarie britanniche – soprattutto il trading sulle obbligazioni – in un regime onshore.
In tal senso, non manca un certo grado di frustrazione negli ambienti finanziari della City di Londra, con lo stesso Boris Johnson che ha espresso le sue perplessità sulla bontà dell’accordo. A Downing Street viene contestata soprattutto l’eccessiva attenzione dedicata al settore della pesca durante i negoziati, un segmento dell’economia che ha un peso pressoché irrilevante per le casse britanniche.
Una sintesi, invece, è stata trovata sul level playing field, ovvero quel meccanismo che impedirà al Regno Unito di concorrere slealmente con l’Unione europea. Il timore principale dei vertici di Bruxelles in sede negoziale era di veder sorgere una sorta di Singapore sul Tamigi nel post-Brexit: per ora, Londra potrà mantenere le sue regole e i suoi standard, ma in caso di necessità l’UE potrebbe rispondere con l’applicazione di tariffe specifiche.
Anche su questo versante, tuttavia, alcuni passi cruciali devono ancora essere mossi dalle parti. L’ottemperanza alle regole sul level playing field, infatti, potrà essere garantita solo con l’istituzione di una apposita autorità, ma progressi su questo fronte sono attesi solo nei prossimi mesi.
Più in generale, il testo definito dai negoziatori rileva le maggiori concessioni del Regno Unito rispetto all’Unione europea: tra queste la questione irlandese, un capitolo che aveva affossato politicamente l’ex premier britannica Theresa May. Nel post-Brexit l’Irlanda del Nord sarà infatti considerata una sorta di estensione dell’Ue, e i beni britannici che verranno inviati a Belfast saranno trattati come prodotti d’importazione.
