Gli ultimi dati diffusi da Coldiretti/Filiera Italia, poi, parlano di una perdita di mezzo miliardo di euro solo in relazione al tradizionale veglione di Capodanno. “Il vino è stato sicuramente uno dei prodotti più colpiti – commenta Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia, la fondazione che tiene insieme il meglio del Made in Italy agroalimentare – Sono i vini di maggior valore ad averne risentito maggiormente considerando che il consumo del vino nella ristorazione rimane concentrato soprattutto a cena quando i ristoranti sono ancora incomprensibilmente chiusi anche nelle regioni gialle, quindi a basso rischio”. Il prosciutto di Parma perde il 30%, la mozzarella di bufala non se la passa meglio e nei mesi acuti della pandemia ha toccato picchi negativi anche del -60%.
Effetti collaterali del coronavirus e dello “stop and go” imposto ai ristoranti dall’inizio dell’emergenza a oggi. La chiusura della ristorazione, infatti, è costata in questo 2020, secondo gli ultimi dati Ismea, circa 43 miliardi in meno di consumi di eccellenze alimentari italiane, non compensati dall’aumento, che resta solo parziale, delle vendite al dettaglio che hanno prodotto circa 13 miliardi, arrivando così a produrre un saldo netto negativo di oltre 30 miliardi.
Scordamaglia: “ Il blocco del canale dell’horeca ha lasciato le grandi eccellenze alimentari – vino certo, ma anche formaggi, salumi – senza un adeguato canale di valorizzazione, pensare che sia un bene trovare prodotti di grande qualità, sugli scaffali dei discount è un errore, è l’anticamera del fallimento: stiamo svendendo il Made in Italy”. Insomma non è tutto oro quello che luccica, la caduta libera dei prezzi di grandi prodotti della tradizione italiana non fa bene a nessuno. “È anche per questo – continuano da Filiera Italia- che l’intera filiera agroalimentare italiana, compresa una parte rilevante della distribuzione, è alleata nel contrasto alle pratiche commerciali sleali la cui normativa è oggi in discussione in Parlamento”.
Senza contare che ci sono prodotti che più di altri, come ad esempio il tartufo, vedono nell’horeca il loro principale canale di distribuzione. “Pensare che alimenti di alto valore aggiunto come quelli citati possano essere svenduti al di fuori del canale della ristorazione diventando improvvisamente più accessibili al consumatore a prezzi spesso inferiori agli stessi costi di produzione – dice ancora Scordamaglia – è ovviamente sbagliato. I sottocosto e le promozioni “imposte” in alcuni canali ne mortificano non solo la qualità, ma anche il valore e il lavoro dell’intera filiera rendendone insostenibile la produzione”. Un guaio quindi per tutto il comparto alimentare italiano che oggi resiste strenuamente.
