La pandemia ha acuito la dipendenza da alcolici

“La pandemia sta causando un aumento incredibile di ricadute: persone che erano dipendenti dall’alcol e ne stavano uscendo, ci sono ricascate. Ma non solo: sono tanti i giovani che, complice l’isolamento, ricorrono all’alcol per alleviare i propri problemi”: è questa la fotografia che scatta Gianni Testino, presidente della Società Italiana di Alcologia e primario SC Dipendenze ed Epatologia della ASL3 Liguria. Una descrizione confermata dai numeri: secondo l’Istituto Superiore di Sanità, già dal primo lockdown, i canali di vendita online e di home delivery di bevande alcoliche hanno registrato un incremento stimato tra il 180% e il 250%. ”Il problema riguarda anche i ragazzi: l’età media di chi ha una dipendenza da alcol si è abbassata e nel nostro reparto arrivano anche giovani di 20-25 anni con danni fisici importanti. Ci sono trentenni con un fegato da trapianto. D’altronde è inevitabile se si comincia a bere a 12-13 anni. La pandemia non ha fatto altro che acuire questo dramma”.

Ancora una volta Testino cita i numeri: “Nel 2020 nel mio reparto abbiamo notato un incremento delle ricadute alcoliche del 20% rispetto al 2019 e un incremento del 15% del numero di persone dipendenti dall’alcol. Questo è spiegabile perché persone che erano in sobrietà, nel chiuso della loro casa, costrette al distanziamento sociale e con tendenze depressive o con altre problematiche psichiatriche, hanno avuto delle ricadute. Le conseguenze sulla salute sono devastanti: chi aveva una cirrosi epatica in fase di compenso ha avuto un peggioramento, in alcuni casi si è dovuto ricorrere anche al trapianto di fegato”.

Per Testino, “l’Italia ha un problema con le bevande alcoliche”, dato che ogni giorno in media sono 48 le persone che muoiono a causa dell’alcol, oltre 17.000 ogni anno. Secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio nazionale alcol dell’Iss discussi insieme alla Società Italiana di Alcologia, il numero di persone che già consumavano alcol in maniera notevole è aumentato del 63% dall’inizio della pandemia rispetto all’anno precedente, invece tra le persone con consumo “a basso rischio” (una unità alcolica al giorno per le donne e due per gli uomini), il 28% è passato nella fascia di consumo pericoloso.

I dati si fanno particolarmente preoccupanti se si pensa che all’interno di queste percentuali siano inclusi anche i giovani. “Per la prima volta molte famiglie hanno dovuto fare i conti con un’amara realtà: i figli hanno un serio problema con l’alcol. Non si tratta solo della bottiglia del sabato sera, bevuta per compagnia: hanno proprio necessità di bere. Vuoi perché si sentono soli, vuoi perché hanno bisogno di provare quel ‘brivido’ in più, vuoi perché gli manca quel rito che prima condividevano con i compagni, fatto sta che ragazzi che consumavano alcolici nella normalità e che avevano quella dipendenza che noi chiamiamo ‘binge drinking’ (ovvero bere grosse quantità di alcol in poco tempo), si sono ritrovati a desiderare alcolici anche a casa con i propri genitori. Abbiamo ricevuto telefonate di mamme e papà che ci chiedevano aiuto: c’è chi ha ritrovato il figlio sul tetto con le bottiglie di alcolici che gli avevano passato gli amici dalla porta”.

“Come mai si è tanto attenti ad evitare di ammalarsi di Covid e non si pone la stessa attenzione nell’evitare di cadere nella trappola della dipendenza da alcol che uccide e anche molto? Gli adulti devono essere i primi a sdoganare questi argomenti”, afferma il presidente. Come se non bastasse, bere grosse quantità di alcol è più che mai sconsigliato nel periodo Covid. Il sistema immunitario è infatti debilitato dal consumo di alcolici: “Quanto più bevo, quanto più rallento i meccanismi di difesa del corpo – ci spiega -. Inoltre alcune ricerche hanno evidenziato che in un fegato provato dall’alcol si attivano i recettori per il coronavirus. In sintesi, un bevitore ha una maggiore possibilità di avere un decorso grave e quindi di finire in terapia intensiva”.

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