Tutto è iniziato con il botta e risposta di Giuseppe Conte e Matteo Renzi sul Recovery Plan, ossia il piano italiano per l’utilizzo del Recovery Fund dell’Unione europea. Il partito di Matteo Renzi, Italia Viva (Iv), si è impuntato sulla modifica della prima bozza del piano di aiuti emergenziali, minacciando la fine della maggioranza. Minacce che si sono concretizzate con l’annuncio, lo scorso 13 gennaio, delle dimissioni della ministra dell’Agricoltura, Teresa Bellanova; la ministra della Famiglia, Elena Bonetti; il sottosegretario Ivan Scalfarotto.
Nonostante la crisi politica innescata da Renzi, Conte il 18 gennaio era riuscito ad ottenere la fiducia alla Camera (343 voti favorevoli e 263 contrari) mentre al Senato il 19 i sì erano stati 156 (140 i no), grazie al sostegno di tre senatori a vita e di singoli parlamentari che a sorpresa si erano schierati con l’esecutivo, tra cui l’ex grillino (poi cacciato) Lello Ciampolillo o la berlusconiana Maria Rosaria Rossi.
Tuttavia l’ipotesi di allargare la maggioranza naufraga, dopo pochi giorni. È mezzogiorno del 26 gennaio quando il premier Giuseppe Conte sale al Quirinale e formalizza le dimissioni al Capo dello Stato. La crisi passa nelle mani di Sergio Mattarella, che chiama al Colle i partiti per capire se vi siano i margini per un nuovo esecutivo per cercare di risolvere la crisi di governo ma sempre guidato dall’ex avvocato del popolo.
Dopo un giro di consultazioni, giovedì 28 gennaio il presidente della Repubblica convoca al Quirinale per un incarico esplorativo il presidente della Camera Roberto Fico: “Serve un governo con adeguato sostegno parlamentare”, ha detto Sergio Mattarella. Il presidente della Camera dovrà verificare la possibilità di rimettere insieme i pezzi del puzzle della crisi, vale a dire la “piena realizzabilità ” di tornare ad una maggioranza Pd, LeU, M5s e Iv. E dare vita cosi’ ad un Conte ter.
Il nodo principe resta quello legato alla permanenza di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. E la soluzione non è ancora a portata di mano. Perché, oggi, ad un certo punto, Italia Viva potrebbe anche alzare la posta e interrompere le trattative benché non si parli ancora di Conte. E ciò potrebbe avvenire innanzitutto sui due nodi-cardine, il Mes e il reddito di cittadinza. Resta, infatti, il timore che Iv rilanci sul primo e contro il secondo. Con la conseguenza del rischio spaccatura del M5S e della fine di ogni prospettiva del “Conte-ter”.
