Il Recovery plan è una pagina ancora da scrivere. Perché quello presentato dal governo Conte al parlamento il 12 gennaio resta troppo nel vago sugli interventi da finanziare per creare nel nostro Paese uno sviluppo inclusivo e sostenibile. La genericità del Piano nazionale di ripresa e resilienza (divenuta la miccia che ha innescato la crisi di governo) lo rende ancora troppo lontano dagli standard qualitativi definiti dalla Commissione europea. Per questo le prossime settimane saranno cruciali per definirlo in dettaglio.
In particolare, ciò che preoccupa è la scarsa chiarezza su «quanta parte del previsto incremento di spesa avrà natura in conto capitale e quanta parte avrà invece natura corrente». Con il rischio che «quest’ultima possa debordare da quella quota del 30% ipotizzata nelle valutazioni di impatto macroeconomico preliminarmente presentate nel documento».
A lanciare l’allarme è il presidente della Corte dei conti, Guido Carlino, in audizione dinanzi alla commissione bilancio della Camera e alle commissioni bilancio e politiche Ue del Senato. «Per la spesa corrente», avverte il numero uno dei giudici contabili, «sarà cruciale la sua qualità; e talune sue componenti, quella per la ricerca e per un sistema scolastico e universitario di livello, possono essere portatrici di effetti benefici molto importanti e di lunga gittata».
Carlino mette in guardia dalla tentazione di ritenere che la mancanza di vincoli esterni all’espansione del debito pubblico, possa costituire una molla per accrescerlo oltre i limiti fin qui prefigurati dai documenti programmatici. «Rientrare dal 160% del Pil, od oltre, come oggi è giustificato prevedere, sarà compito arduo», ha osservato, ricordando come «la vera e più rilevante condizione di sostenibilità sarà la crescita del potenziale produttivo del Paese. È al suo incremento che il Piano dovrà, ad un tempo, guardare e dimostrare di poter contribuire».
Mentre per quanto riguarda la governance del Recovery plan (altro argomento spinoso che ha portato alla caduta del governo Conte), Carlino vede di buon occhio un coinvolgimento dei privati. «Sul punto non vi sono al momento indicazioni chiare, ma sarà bene, ad avviso della Corte, che essa sia strutturata in modo tale da riconoscere, fermo restando le decisive responsabilità delle amministrazioni coinvolte, i caratteri di straordinarietà del Pnrr promuovendo anche adeguate interconnessioni tra pubblica amministrazione e settore privato».
Venendo all’analisi dei tre assi di intervento (Digitalizzazione e Innovazione; Transizione Ecologica, Inclusione sociale) e delle sei missioni (1. Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura, 2.Rivoluzione verde e transizione ecologica, 3. Infrastrutture per la Mobilità sostenibile, 4.Istruzione e ricerca, 5.Inclusione e coesione. 6.Salute) attorno a cui ruota il Recovery plan, la Corte conti osserva che il Pnrr «sconta un grado ancora assai prematuro di definizione dei progetti di riforma e non sono quindi disponibili valutazioni quantitative relative all’impatto rispetto alle missioni previste nel Piano e sul Pil italiano nel medio periodo».
Nella pubblica amministrazione, i magistrati contabili ritengono necessario contemperare «l’esigenza di gestire con tempestività la stagione concorsuale relativa alle assunzioni già disposte, per non lasciare scoperti settori strategici, in particolare quelli coinvolti nell’emergenza sanitaria, con quella di rimodulare le procedure selettive, per accertare non solo le conoscenze teoriche, ma anche la capacità dei candidati di risolvere problematiche operative e specialistiche».
La digitalizzazione delle procedure, promessa con il Recovery plan che punta a istituire un cloud nazionale verso cui migrare i data center delle amministrazioni centrali (si veda ItaliaOggi del 14/1/2021), non può essere considerata risolutiva dei mali della pubblica amministrazione. «La mera sostituzione dei documenti analogici/cartacei con quelli digitali/informatici non implica una effettiva riforma dell’attività amministrativa, ma può costituirne uno degli strumenti da utilizzare laddove accompagnata da una profonda riflessione organizzativa e dalla reingegnerizzazione dei procedimenti amministrativi», osserva Carlino.
Sulla stessa lunghezza d’onda Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani presso l’Università Cattolica di Milano. In audizione in parlamento, l’ex commissario alla spending review, in predicato di sedersi sulla poltrona di ministro della p.a., mette l’abbattimento della burocrazia al primo posto tra gli interventi necessari a facilitare gli investimenti e aumentare la produttività. «Il Pnrr non comprende nulla o quasi nulla, se non in vaghissimi termini, su questo tema essenziale», ha aggiunto. Secondo Cottarelli, una «rotazione effettiva dei dirigenti pubblici dopo alcuni anni» potrebbe essere utile a evitare «posizioni di rendita» che impediscono il rinnovamento. «Ogni anno», ha ricordato Cottarelli, «le Pmi spendono tra i 30 e i 35 miliardi per compilare moduli». In pratica una tassa occulta che grava sulle imprese. «Risolvere il problema richiede non solo la digitalizzazione ma uno sfoltimento dell’apparato normativo e una semplificazione dei processi decisionali».
