I giganti del food delivery devono regolarizzare 60 mila rider

Secondo le stime delle società del settore, il mercato del food delivery in Italia nel 2020 ha toccato i 900 milioni di euro. Quasi il doppio dell’anno precedente, quattro volte quello del 2018. Un business in forte crescita quindi, seppur relativamente giovane, nato durante il boom delle startup tecnologiche della Silicon Valley del 2010 e arrivato in Italia cinque anni dopo.

In base agli ultimi report pubblicati dall’Inps e dalle divisioni italiane delle società di consegna di cibo a domicilio prenotato via app, nel 2019 si contavano circa 11.000 rider. Oggi il procuratore di Milano, Francesco Greco, ha chiesto la regolarizzazione contributiva e dei contratti di 60.000 lavoratori per quattro delle principali società del settore che lavorano in Italia. Quasi sei volte in più le ultime stime disponibili, e che comunque riguardavano tutte le società del settore attive nel nostro Paese: 12, secondo un report di Comunicatica del 2018. 

In dettaglio, la procura ha esaminato le posizioni di: 28.836 fattorini di Foodinho-Glovo; 8.523 di Uber Eats; 3.642 di Just Eat; 19.510 di Deliveroo. Le posizioni lavorative esaminate riguardano gli ultimi 4 anni di queste società in Italia, ma, al netto di quanti avranno smesso di lavorare in questo periodo, rapportando questo dato a quello del 2018 è evidente l’esplosione di questo tipo di lavoro nell’ultimo periodo, accentuato dalla crisi pandemica che ha richiesto sempre più addetti e consegne. 

Le quattro società alle quali Greco ha fatto notificare i verbali che imporranno la trasformazione dei contratti dei rider da lavoratori autonomi a subordinati, sono quattro giganti del settore. Secondo un’inchiesta di Business Insider, in Italia le maggiori società del settore fatturano insieme circa 100 milioni di euro, ne perdono 12, e hanno versato al fisco italiano circa 300 mila euro. 

Nella neolingua dell’innovazione, il tipo di business delle società di food delivery è chiamato ‘gig economy’, economia dei lavoretti. E ‘gig’, lavoretti’, erano quelli che i rider erano chiamati a fare dietro chiamate saltuarie e compensi a buon mercato. Questa era almeno la promessa iniziale. L’economia dei ‘gig’ doveva essere niente di più della versione digitale degli speedypizza, o lavori a cui dedicarsi nel tempo libero per arrotondare un po’. Ma non è andata così. Nel tempo l’impegno richiesto ai rider è diventato sempre più consistente, mentre le società diventavano colossi dei mercati e delle borse. 

Il 2020 ha gettato una luce completamente diversa sugli addetti del settore, diventati in molti casi necessari non solo per la sopravvivenza delle società di food delivery, ma anche per quella dei ristoratori che solo attraverso i ciclofattorini riuscivano a vendere i loro prodotti. Negli ultimi 12 mesi il settore è esploso, con un numero di addetti difficilmente quantificabile. E i 60 mila della procura di Milano rischiano di essere solo una parte degli impiegati reali.

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