Azzolina: La società “maschile” si cambia dalle parole
Riportiamo l’articolo dell’ex ministra dell’Istruzione, Lucia Azzollina, per Huffpost.

 

C’è un disegno con un papà in giacca e cravatta, e una mamma con una bella gonna e i capelli raccolti. La frase a fianco dice: “Il papà lavora e la mamma stira”. Tratto da un libro di testo di scuola primaria. Italia, 2020.

Di segnalazioni simili ne sono arrivate diverse, durante il mio mandato da Ministra. Si dirà: errori del passato, pubblicazioni ripetute per pigrizia o leggerezza, eredità di un immaginario lontano nel tempo.

Mica tanto.

Un istituto superiore di Roma, l’anno scorso, ha stabilito una “quota” massima per le studentesse, cioè un numero massimo di iscrizioni al femminile, per l’indirizzo scientifico: non potevano essere più di un terzo del totale.

Idea per la verità nata in buona fede, con l’intento cioè di garantire una “riserva” per esemplari a rischio estinzione: le donne di scienza. Figure quasi mitologiche. 1600 anni fa Ipazia d’Alessandria veniva uccisa per essere stata una matematica e astronoma. Oggi porta il suo nome un programma europeo nato per colmare il gap di genere nelle materie Stem, le materie scientifiche. Quelle che oggi possono garantire un lavoro e forse persino una carriera.

Pochi giorni fa ho letto con simpatia la proposta di Matteo Salvini di introdurre a scuola un’ora di “educazione ai social”. Ottima idea, ma esiste già. Si chiama media education ed è una delle prima cose che ho voluto fare al Ministero. Piuttosto andrebbe ricordato a Salvini, improvvisamente colto da quotidiani slanci di “perbenismo”, di far rimuovere le centinaia di insulti sessisti che una pagina ufficiale a lui dedicata mi ha rivolto tempo fa. Proprio sui social. In quel lungo elenco, per intenderci, l’epiteto più garbato era “puttana”.

Il linguaggio machista e maschilista della politica è uno dei più potenti strumenti di cristallizzazione delle differenze di genere, delle ingiustizie di genere, delle violenze di genere.

Governatori con i muscoli che incendiano il dibattito e “insultano” le mamme perché vogliono portare i figli a scuola. Parlamentari nazionali che urlano “vai in cucina” (o a stirare?) per zittire la collega, o che argomentano improbabili analogie tra credibilità e verginità (premiati con nomina nel “sottogoverno dei migliori”). Perle di sessismo. Tutti ce le ricordiamo, ma siamo molto più bravi a dimenticarle in fretta.

Amnesty International dal 2018, attraverso il barometro dell’odio, monitora e misura il livello di intolleranza e discriminazione nel dibattito online. Non solo leoni da tastiera, ma “sessisti da tastiera”. Dice Amnesty che il tasso di hate speech rivolto alle donne supera di 1,5 volte quello dei discorsi d’odio che hanno per bersaglio gli uomini. Ma, soprattutto, degli attacchi personali rivolti alle donne 1 su 3 è esplicitamente sessista.

Un flusso che “scrolliamo” tutti i giorni sulle bacheche e che con la stessa rapidità cancelliamo dalla cache della nostra coscienza. Forme di disumanizzazione del rapporto derubricate in fretta a semplici zaccherelle.

Si può definirla violenza di genere? Sì. Le Nazioni Unite in occasione della Conferenza Mondiale sulla Violenza contro le Donne tenutasi a Vienna nel 1993, la definiscono all’art. 1 come “ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, o che possa avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne”.

Il sessismo, de visu o via web, è un problema solo italiano? No, non lo è.

Per evitare che la puzza di perbenismo soffocasse troppo gli animi, la democratica americana Alexandria Ocasio-Cortez pronunciò il 23 luglio 2020 delle parole nette rispondendo al repubblicano Ted Yoho, che l’aveva insultata: “Non è avere delle figlie che rende un uomo una persona per bene. E non è avere una moglie che rende un uomo una persona per bene. Trattare le persone con dignità e rispetto rende una persona per bene”. Il 4 marzo 2020 Ada Marra, deputata in Svizzera, decise di enumerare in Parlamento la lunga lista di ingiurie verbali di cui era regolarmente vittima.

La caccia alle streghe dei tempi moderni si fa anche così: non si usano più fasci di legname e fuoco, ma parole di fuoco, parole ostili.

Ecco perché ancora una volta deve essere la scuola, luogo per eccellenza di inclusione e di formazione, di “addestramento” al rispetto e di esperienza delle diversità, la vera àncora di salvezza per tutti e per tutte noi.

Crediamoci come ci ha creduto Malala Yousafzai. “Prendiamo in mano i nostri libri e le nostre penne. Sono le nostre armi più potenti.”

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