Francia, l’affronto alla cultura: cancella i numeri romani dai musei

Per la curatrice del museo Carnavalet, Noémie Giard, i numeri romani devono essere eliminati dai musei. Li sostituirà con la normale  numerazione araba. Il Louvre già lo aveva fatto per le datazioni ma aveva lasciato i numeri romani per re e regine. Così, Luigi XVI va in soffitta per un più “comprensibile” Luigi 16: c’ est plus facile. La facilità al potere. Ha ragione da vendere Massimo Gramellini sul Corriere, autore di un affilato commento alla notizia proveniente dal museo transalpino.

“Questa storia dei numeri romani è la sintesi perfetta della catastrofe culturale in corso: prima non si insegnano le cose, e poi le si eliminano per non far sentire a disagio chi non le sa. Con buona pace di madame Giard, i numeri romani andrebbero difesi proprio perché sono «un ostacolo alla comprensione»; dal momento che gli ostacoli servono per imparare a saltare”. Ineccepibile valutazione dell’editorialista. Si è scatenata una piccola bufera sui social dove sono molte le pagine dedicate alla romanità e alla classicità, gestite da cultori o semplici appassionati. Sulla pagina Fb Impero romano c’è chi fa notare con semplice buon senso “che i numeri romani sono comunque parte del programma scolastico”.

C’è chi è d’accordo con Gramellini: “Vincono gli ignoranti”. Un altro utente  fa  risalire il tutto al “lutto” mai elaborato dai francesi: “Credo che alla base ci sia quell’astio storico da parte dei francesi: in fondo la storia non li aiuta molto. L’unico momento di vittoria la ripongono in Asterix e Obelix, dimenticando che i Galli non ne hanno vinta una. Chiedere a Vercingetorige & Co. Per di più il vignettista era belga. Poverini”. Si apre un dibattito: “Sono d’accordo con lei il popolo Francese e un popolo di gelosi: si vede non hanno ancora digerito, le sconfitte che hanno subito da parte dalle legioni, di Giulio Cesare”.

Aggiunge Gramellini che l’educazione senza ostacoli, ossia l’” educazione pianeggiante non è un traguardo, ma una sventura”. Nell’incipit dell’articolo chiede: “Che utilità potranno mai avere, nel XXI secolo, i numeri romani? Infondono l’autorità della Storia ai nomi con cui si accompagnano. Lo sanno bene gli organizzatori del massimo evento sportivo americano, la cui recente cinquantacinquesima edizione si intitolava Super Bowl LV. Il guaio è che non lo sanno più gli eredi della tradizione latina”. Già, dentro gli stadi yankee, fuori dai musei francesi…

I cambiamenti decisi per avvicinarsi al pubblico più ampio possibile provoca dubbi e polemiche: siamo sicuri che la soluzione alle difficoltà sia cancellarle? La progressiva rinuncia alla profondità della storia e della cultura testimonia un débacle culturale progressiva.  “Vincono gli ignoranti! Sempre. Purtroppo l’Europa intera ma anche l’Italia stessa sono entrati in un vortice di economicismo e post storicità. Per la persona media europea la storia è finita”, commenta amaro un professore sul web. Del resto c’è una degenerazione intellettuale in corso tra l’incudine del politicamente corretto e il martello dell’appiattimento. Un Paese come la Francia che battibecca se commemorare o non commemorare la figura di Napoleone, come volgiamo giudicarlo?

C’è polemica in Francia tra chi grida all’appiattimento culturale e chi invita ad elevarsi: “Studiate il latino, piuttosto”. Qua la mano a François Martin, presidente del Coordinamento degli insegnanti in lingue antiche (Cnarela): «È la storia dell’uovo e della gallina – ha detto al Figaro -. Meno i numeri romani sono usati, meno persone sono in grado di comprenderli. Ma è un peccato, perché alle elementari i bambini adorano imparare i numeri romani, per loro è come un gioco». E’ vero. La mossa del museo Carnavalet stava per essere imitata anche nei musei di Rouen, in Normandia, ma al museo di Belle Arti di Rouen – informa il Corriere – c’è stata l’opposizione del direttore Sylvain Amic, che ha deciso di mantenere i numeri romani per la prossima esposizione su “Salambò” di Gustave Flaubert. Magra consolazione. Tutta la vicenda è un indizio del precipizio culturale in cui stiamo cadendo senza accorgercene.

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