I parenti delle vittime del Covid di Bergamo, città purtroppo famosa per essere stata uno dei maggiori focolari di contagio dal virus, vogliono che il ministro della Salute Roberto Speranza si assuma le sue responsabilità e si dimetta. I familiari dei malcapitati sono anche stanchi e arrabbiati per l’inefficienza delle istituzioni. Nembro ed Alzano Lombardo sono ormai i luoghi-simbolo del caos decisionale che l’anno scorso lasciò senza disposizioni sindaci e cittadini. Una specie di 8 settembre pandemico. Un’inchiesta della Procura sta scavando tra documenti, circolari e ordinanze per capire a chi, tra regione Lombardia e governo, spettasse perimetrale quei due Comuni come altrettante zone rosse. Il pm Rota, titolare dell’indagine, procede come un carrarmato.
Proprio ieri ha bollato come «reticenti» alcune versioni fornite da dirigenti del ministero della Salute. È il motivo per cui nel mirino dei familiari delle vittime è finito Speranza. «Il ministro si deve dimettere», intima Salvatore Mazzola. Fa il panettiere a Nembro, e l’anno scorso ha perso il papà Giuseppe. «Direi che è il momento che qualcuno ci metta la faccia – aggiunge -. Non bisogna aspettare che sia la magistratura a fare il suo corso. Chi ha responsabilità dovrebbe almeno avere l’umiltà di dire “ho sbagliato“». Come lui, Alessandra Raveane, 47 anni, soddisfatta per l’inchiesta in corso, ma contrariata dall’immobilismo istituzionale.
«Rimango basita dal fatto che certe persone coinvolte stiano ancora a ricoprire certi ruoli, questo mi lascia davvero sconcertata. Mi riferisco – precisa – al ministro Speranza». Un anno fa, lei ha perso il nonno: «Si dovrebbe dimettere, anche come gesto nei confronti delle persone che sono morte per le sue inefficienze». Usa toni più pacati, ma non fa sconti neppure Annamaria Cortesi, 64enne pensionata che ha perso un parente un anno fa: «Speranza e altri prima di lui – dice – devono chiaramente spiegare cosa hanno combinato. Ce lo devono. Io ho fiducia nei tribunali, sono loro che decideranno». A dare contenuto legale alla rabbia dei familiari ha provveduto l’avvocato Consuelo Locati. «Noi li martelliamo – avverte Mazzola – vogliamo la verità e non ci fermeremo».
