Il presidente del Consiglio Mario Draghi si è detto molto ottimista: «Dopo un anno e mezzo, stiamo iniziando a vedere la fine di questa tragedia. Per la prima volta, la normalità si avvicina». Lo ha affermato nel suo discorso al Global Health Summit di Roma, insieme alla presidente Ue Ursula von der Leyen. Per voltare pagina però «dobbiamo vaccinare tutti, il più presto possibile».
Lo sguardo corre all’emergenza dei Paesi più poveri, dove la crisi sanitaria rischia di diventare «una catastrofe» con l’aggravarsi dei debiti sovrani. «Come Europa doneremo 100 milioni di dosi nel 2021 e i nostri partner industriali garantiranno a questi paesi 1,3 miliardi di dosi quest’anno e oltre 1 miliardo nel 2022», assicura von der Leyen, annunciando l’iniziativa per «la produzione di vaccini in Africa tramite lo sviluppi di diversi hub regionali distribuiti nel continente e un miliardo di investimenti». «Un piccolo Paese come il mio, l’Italia ha promesso 300 milioni a Covax e ha offerto 15 miloni di vaccini nel pool delle donazioni», annuncia Draghi. Angela Merkel ha messo sul piatto 30 milioni di dosi e cento milioni di euro per sostenere Covax.
Si guarda anche al futuro, perché bisogna imparare dagli errori fatti nei mesi più difficili dell’ultimo anno e mezzo «ed è molto importante prepararci per la prossima pandemia che ci sorprenderà», dice il premier. Sull’ipotesi di un trattato per gli impegni della dichiarazione di Roma «potremmo averne bisogno ma ci vuole tempo, siamo certi che gli impegni presi oggi verranno onorati. Le aziende farmaceutiche si sono impegnate, è una mossa importante che cambierà lo scenario».
Nel frattempo si lavora anche sul fronte della produzione e della distribuzione. «Sono convinto che gli Usa toglieranno queste barriere alle esportazioni», dice il premier italiano rimarcando l’impegno europeo «che ha esportato anche a chi poi bloccava l’export». Ma sulla questione dei brevetti «l’idea è una sospensione temporanea e circoscritta: ha il vantaggio che è immediato, diretto, ma non è sicuro che basti perché la produzione dei vaccini è estremamente complessa e lo stop ai brevetti non garantisce che i Paesi a basso reddito siano effettivamente in grado di produrre i propri vaccini. Dobbiamo sostenerli finanziariamente e con competenze specializzate».
