A partire dagli anni ’90 l’importanza economica del calcio è cresciuta a dismisura. Sponsor, diritti televisivi e merchandising garantiscono ai principali club europei milioni di euro ogni anno. Il mercato dei trasferimenti si è globalizzato aumentando la concorrenza e le cifre spese dalle società per acquistare giocatori. Le squadre sono ormai diventate vere e proprie società, spesso addirittura quotate in Borsa esasperando così le implicazioni economiche.
In questo contesto però si inserisce una gestione sempre più complicata. I club devono ogni anno fare i conti con i propri bilanci, devono definire gli obiettivi tenendo conto del vincolo finanziario legato alle entrate e alle uscite. È una logica aziendale che nulla ha da invidiare alle strategie delle maggiori multinazionali. In questo quadro, i club che non riescono a far quadrare i propri bilanci rischiano il fallimento e la conseguente scomparsa della squadra costretta a ripartire da zero nei campionati dilettantistici.
La situazione è resa ancora più grave dalla pandemia. Si calcola che nella serie A saranno una decina di società a cavarsela, altre andranno incontro a un dissesto finanziario assai preoccupante. Si aggiungeranno le società di calcio di serie B, C e della Lega Dilettanti, che, causa lockdown, hanno perso già 260 milioni di euro.
Una crisi inaspettata, che ha aperto una voragine finanziaria pronta ad essere colmata dalla criminalità organizzata con grandi liquidità da immettere nel calcio della massima serie, al quale ha sempre mirato per riciclare soldi e per acquisire prestigio sociale.
È in questo complesso quadro che si inseriscono le mafie. Sfruttando ogni singola fragilità di uno dei settori economico – sociali più importanti del nostro paese. Dalla Serie A ai campetti di provincia, con metodi e interessi diversi, sono riuscite negli anni ad infiltrarsi nella più grande passione degli italiani.
La Commissione di inchiesta antimafia, al termine di un ampio ciclo di audizioni in Commissione plenaria e delle audizioni e missioni svolte dal Comitato Mafie e manifestazioni sportive, nonché sulla base della documentazione sulle inchieste giudiziarie che hanno visto a vario titolo coinvolti calciatori o esponenti delle società calcistiche, ha approvato il 14 dicembre 2017 la relazione finale su mafia e calcio (Doc. n. XXIII, n. 31).
Il primo ambito individuato dalla Commissione è riconducibile al tema dell’ordine pubblico e della sicurezza negli stadi e ha avuto ad oggetto l’infiltrazione, o per meglio dire la contaminazione, da parte delle organizzazioni criminali di tipo mafioso delle tifoserie organizzate e, per il tramite di queste, le forme di condizionamento dell’attività delle società sportive professionistiche. Le risultanze dell’inchiesta parlamentare hanno consentito di rilevare varie forme, sempre più profonde, di osmosi tra la criminalità organizzata, la criminalità comune e le frange violente del tifo organizzato, nelle quali si annida anche il germe dell’estremismo politico. Il fenomeno della politicizzazione del tifo organizzato è un fenomeno antico ed è un dato di comune conoscenza la distinzione delle tifoserie sulla base dell’orientamento ideologico di estrema destra o di estrema sinistra. Tuttavia, crea inquietudine la presenza di tifosi ultras in tutti i recentissimi casi di manifestazioni politiche estremistiche di destra, a dimostrazione che le curve possono essere «palestre» di delinquenza comune, politica o mafiosa e luoghi di incontro e di scambio criminale.
Il secondo filone d’inchiesta riguarda il tema della proprietà delle società di calcio, del riciclaggio attraverso i club e delle altre forme di illeciti economico-finanziari perpetrati dalle organizzazioni criminali nel mondo del calcio. Le numerose vicende richiamate nella relazione e i procedimenti penali ad esse connesse indicano come il crimine organizzato sia in grado di cogliere nel calcio e nelle attività collegate importanti opportunità, al fine di ampliare il panorama già vasto dei propri traffici illeciti, aprire nuovi canali per il riciclaggio dei capitali di illecita provenienza e, non ultimo, per perseguire strategie di acquisizione o consolidamento del consenso sociale in più o meno ampi segmenti della popolazione rappresentati dalla tifoseria della squadra di calcio oggetto di attenzione di una determinata consorteria criminale. Il calcio è sicuramente uno degli sport maggiormente seguiti e praticati a livello mondiale. Secondo statistiche della Fédération internationale de football association (FIFA), l’organismo che raccoglie le federazioni nazionali dei cinque continenti, vi sarebbero 265 milioni di calciatori in tutto il mondo, di cui 38 milioni a livello professionistico; 301 mila sarebbero le squadre affiliate alle federazioni nazionali. Solo nel nostro Paese, le squadre di calcio sarebbero circa 80 mila. Coloro che praticano attivamente questo sport arrivano a sfiorare i 5 milioni, l’8,57 per cento della popolazione nazionale. Per quanto impressionanti, questi numeri tuttavia danno solo parzialmente conto delle caratteristiche del calcio moderno, divenuto negli ultimi anni un fenomeno molto complesso.
A partire dagli anni ‘90, infatti, sotto la prepotente spinta di interessi economici legati ai diritti televisivi e alle sponsorizzazioni, il calcio professionistico ha scoperto un’improvvisa fonte di ricavo che ha condotto le squadre a mutare le logiche sulle quali impostare la propria attività agonistica. La possibilità di contare su un apporto finanziario notevole ha fornito i mezzi per intraprendere iniziative e compiere investimenti prima inimmaginabili. Parallelamente, la gestione del settore si è fatta più complessa. Divenute vere e proprie società commerciali, molto spesso quotate in borsa, le squadre di calcio devono ora fare i conti con i propri bilanci per sostenere una macchina organizzativa sempre più costosa ed esigente in fatto di risultati. Gli obiettivi da raggiungere devono essere definiti tenendo conto delle esigenze di equilibrio finanziario tra entrate e uscite, secondo approcci aziendalistici che nulla hanno da invidiare alla pianificazione strategica delle grandi imprese. In questo contesto, similmente a quanto avvenuto anche in altri ambiti dell’attività sportiva, assume rilievo l’ipotesi che la criminalità possa cercare di infiltrare il tessuto di questo sport per investire e riciclare proventi di origine illecita.
Il terzo ambito di analisi individuato dalla Commissione è quello che riguarda il rapporto tra le organizzazioni criminali mafiose e i singoli calciatori. Sono almeno due gli aspetti che assume questo fenomeno: da lato, il calcio è veicolo di consenso sociale e, dall’altro, i rapporti con i giocatori possono essere sfruttati a fini illeciti, attraverso il cosiddetto match fixing, cioè l’alterazione del risultato sportivo al fine di conseguire illeciti guadagni attraverso il sistema delle scommesse. Dal primo punto di vista, la possibilità di avere libero accesso agli ambienti societari e, ancor di più, la frequentazione di un calciatore importante della squadra locale per un soggetto mafioso ha una duplice valenza. Innanzitutto, essa è certamente motivo di rafforzamento della propria immagine e del proprio prestigio personale all’interno del sodalizio mafioso e diventa, dunque, seppure in molti casi in maniera anche ingenua o inconsapevole da parte del calciatore, un veicolo di affermazione nel mondo della stessa malavita organizzata.
La Commissione nel capitolo conclusivo ci offre una serie dettagliata di proposte che possono essere così sinteticamente riassunte:
- adeguamento degli impianti sportivi per garantire, tramite tecnologie avanzate, la formazione degli steward e il fermo temporaneo dei tifosi, il pieno controllo all’interno degli stadi e l’identificazione degli spettatori, introducendo anche il reato di bagarinaggio;
- rafforzamento del Daspo, prevedendo l’obbligo di presentazione presso gli uffici di pubblica sicurezza nel corso delle manifestazioni sportive;
- revisione della disciplina sulla responsabilità oggettiva delle società di calcio per fatti attribuibili alle proprie tifoserie in relazione al contributo fattivo delle società stesse nelle attività di prevenzione e di identificazione dei soggetti responsabili di illeciti;
- rafforzamento dei controlli – sia a livello internazionale sia da parte del Coni e delle federazioni – su tutte le transazioni finanziarie per assicurare il rispetto della normativa antiriciclaggio e la trasparenza delle operazioni finanziarie legate all’acquisizione del controllo delle società sportive
- inasprimento delle sanzioni della giustizia sportiva con riguardo al match fixing e alle collusioni con la criminalità organizzata di tipo mafioso; rafforzamento del monitoraggio sulle scommesse illegali su siti non autorizzati o su siti stranieri; limitazione dei fatti sportivi su cui scommettere, vietando altresì ogni forma di scommessa per quanto concerne il calcio dilettantistico;
Se non ci poniamo degli interrogativi sul mondo del calcio, se non proviamo a far luce su questi fenomeni si corre il rischio di lasciarlo, una volta per tutte e irrimediabilmente, nelle mani delle mafie. E questo non possiamo, e non dobbiamo, permetterlo.
DANIELE ONORI
