L’altra ragione riguarda la coerenza. In pratica, avendo lui annunciato «la costruzione di un campo largo, democratico, riformista e progressista» nonché «alternativo alle destre populiste e antieuropee», era giusto che ne sperimentasse la praticabilità in prima persona. «Per tutti questi motivi – dice il leader dem – chiedo apertamente e pubblicamente il sostegno ai cittadini, ai movimenti, alle associazioni, ai partiti che sul territorio del collegio sono interessati a convergere sul mio nome e a sventare la vittoria del candidato unitario delle destre». Una velata chiamata alle armi rivolta soprattutto ai 5Stelle. Nel 2018 il loro candidato sfiorò il 23 per cento. Una percentuale che oggi i grillini non vedrebbero neppure con il binocolo.
Tuttavia Letta ha ogni interesse a disincentivarne la candidatura. Da qui la volontà di presentare le elezioni suppletive come «una corsa sostanzialmente a due», dove non c’è posto per un terzo incomodo. Tanto più che il centrodestra si presenta compatto (e competitivo) attorno a Tommaso Marrocchesi Marzi, imprenditore radicatissimo nel Senese. Ma per il segretario dem Le insidie non vengono solo dagli alleati pentastellati. A complicargli la vita contribuiscono anche Renzi (Italia Viva non ha ancora escluso una propria candidatura) e ora anche Calenda. «Ho proposto a Pd e Iv – tuitta il leader di Azione – di chiedere insieme a Bentivogli di candidarsi alle suppletive a Roma, e a Letta di rinunciare ad alleanza con 5S a Siena. Fine. Le due cose non sono collegate. Risposte Pd non pervenute». (Secolo d’Italia)
