Ci voleva il Recovery Plan per vedere finalmente portata a termine una delle grandi riforme incompiute degli ultimi anni: il federalismo fiscale.
Entro il 31 marzo 2026, a 17 anni di distanza dalla legge delega n.42/2009, che ha dettato i principi del nuovo fisco federale a cominciare dal superamento del sistema di finanza derivata basata sul criterio della spesa storica (che premia con più risorse chi tradizionalmente spende di più) a favore di una maggiore autonomia di entrata e di spesa per gli enti decentrati, dovrà essere portata a compimento l’architettura del federalismo fiscale per le regioni a statuto ordinario e per le province e città metropolitane. E’ quanto prevede la roadmap indicata da Palazzo Chigi al ministero dell’economia in una lettera che il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Roberto Garofoli ha inviato al numero uno del Mef Daniele Franco (si veda ItaliaOggi di ieri).
Palazzo Chigi chiede di portare a termine la riforma, per realizzare un triplice obiettivo: «migliorare la trasparenza delle relazioni fiscali tra i diversi livelli di governo», «assegnare le risorse alle amministrazioni territoriali sulla base di criteri oggettivi» e infine «incentivare un uso efficiente» dei fondi.
A differenza dei comuni, che grazie all’istituzione (ad opera del dlgs 23/2011) dell’imposta municipale propria (Imu), dell’imposta di soggiorno e di quella di scopo, hanno avviato il percorso verso l’autonomia finanziaria, le regioni a statuto ordinario hanno visto il sistema di finanziamento delineato dal decreto legislativo n. 68 del 2011, con riguardo alle funzioni regionali relative ai livelli essenziali delle prestazioni (Lep), più volte rinviato.
Dal 2013 si è arrivati all’ultima proroga contenuta nel decreto Ristori (dl 137/2020) che ha fatto slittare tutto al 2023. Il nuovo fisco regionale avrebbe dovuto fondarsi su quattro pilastri. Innanzitutto una rideterminazione dell’addizionale regionale Irpef in grado di assicurare un gettito corrispondente sia a quello in essere che ai trasferimenti statali da sopprimere. A completare il quadro una nuova articolazione della compartecipazione regionale all’Iva e la soppressione (c.d. fiscalizzazione) di tutti i trasferimenti statali aventi carattere di generalità e permanenza e destinati all’esercizio delle competenze regionali, compresi quelli finalizzati all’esercizio di funzioni da parte di province e comuni. Infine, veniva prevista l’istituzione di un fondo perequativo regionale.
Ora palazzo Chigi chiede al Mef di riprendere in mano il dossier ripartendo dai lavori del tavolo tecnico (istituito nel 2019 e composto da rappresentanti del Governo e delle regioni) finalizzato alla completa attuazione dei principi in materia di autonomia di entrata delle regioni a statuto ordinario contenuti nel decreto legislativo 68/2011. A cominciare dalla fiscalizzazione dei trasferimenti statali e dall’attribuzione di una quota del gettito riferibile al concorso di ciascuna regione nell’attività di recupero fiscale in materia di Iva.
Per quanto riguarda invece le province e le città metropolitane, la legge di bilancio 2021 (legge n.178/2020) ha previsto che dall’anno prossimo i contributi e i fondi di parte corrente attribuiti agli enti di area vasta confluiscano in due specifici fondi da ripartire, sulla base dell’istruttoria condotta dalla Commissione tecnica per i fabbisogni standard, tenendo progressivamente conto della differenza tra i fabbisogni e le capacita’ fiscali.
Pagamenti p.a.
Tra le indicazioni che Garofoli dà a Franco c’è anche la necessità di imprimere un’accelerazione sui tempi di pagamento delle pubbliche amministrazioni e del sistema sanitario. Entro la fine del 2023 le p.a. centrali, regionali e locali dovranno far sì che la media ponderata dei tempi di pagamento registrati sulla Piattaforma crediti commerciali (Pcc) sia pari o inferiore a 30 giorni. Solo le autorità sanitarie regionali potranno pagare gli operatori economici a 60 giorni.
