La strategia è partita lenta. Usando una formula da gergo quotidiano, l’hanno presa larga. Prima lo scandalo boccaccesco del guru mediatico di Matteo Salvini, coinvolto in una storiaccia tanto torbida quanto sospetta di sesso a pagamento e droga.
Poi, il piatto forte. A due giorni dal voto amministrativo, una bella inchiesta su Fratelli d’Italia e le sue collusioni pericolose con la destra estrema, fascista e un po’ eversiva milanese, condita oltretutto da accuse di finanziamento illecito e riciclaggio di denaro. E ancora, un vecchio scivolone antisemita del candidato di centrodestra alle comunali di Roma, scovato dal Manifesto con tempismo da veri segugi. Infine, l’assalto alla sede della Cgil. Roba da squadracce, clima da 1921.
Signore e signori, il Covid può andare in pensione: il fascismo è ufficialmente la nuova emergenza del Paese. Basta sentire e leggere le dichiarazioni della pressoché totalità della politica: praticamente, siamo alle soglie di un crinale storico che potrebbe non avere un ritorno. Si invocano pugni di ferro, scioglimenti di formazioni politiche, abiure pubbliche e capi cosparsi di cenere a reti unificate. Intendiamoci, tanto per sgombrare il campo da equivoci: in 25 anni che faccio questo lavoro, ho ricevuto soltanto tre querele. Una era da parte di Roberto Fiore, fondatore di Forza Nuova. Così, giusto per dare un’idea della simpatia che posso nutrire verso quel movimento.
Detto questo, dipingerlo come le nuove SA pronte a marciare lungo i viali di Berlino, mentre un presidente Mattarella in versione Von Hindenburg guarda sconsolato dalle finestre del Quirinale la Storia fare il suo tragico corso, appare ridicolo. E insultante verso la realtà. Questo Paese e il suo apparato repressivo e di intelligence hanno sconfitto Brigate Rosse, Prima Linea e Nar, fra gli altri. E in anni in cui ogni weekend le strade reclamavano morti e nelle piazze e sui treni esplodevano bombe: pensate che non riescano a controllare Forza Nuova e qualche centinaio di esagitati da stadio? Per favore. Detto fatto, arrestati i due leader nella notte e decapitato il movimento. Non esattamente una ramificazione da Spectre, più che altro un’eversione da film di Woody Allen.
Certo, la rabbia esiste. E il rischio che qualcuno la cavalchi, strumentalizzandola, c’è. Eccome, se c’è. E infatti, più che il 6 gennaio con l’assalto al Congresso, quanto accaduto a Roma ha ricordato il 20 luglio 2001 a Genova, il secondo giorno delle proteste del G8: Black Bloc tranquillamente in grado di accendere la miccia in città e poi il caos totale. Il tritatutto. E, soprattutto, l’evento catalizzatore: da quel momento, qualunque rivendicazione o istanza giusta e condivisibile arrivasse dalla piazza, automaticamente veniva annichilita dalle violenze e derubricata a benzina che aveva alimentato il fuoco.
E in questo caso, quale è stata la vittima reale del Black Saturday italiano? Il drammatico monito del governatore del Veneto, Luca Zaia, al governo: attenzione, se non si trova una soluzione di mediazione sulla questione dei tamponi, quantomeno allungandone la validità delle attuali 48 a 72 ore, dal 15 ottobre molte fabbriche dell’area più produttiva e ricca del Paese rischiano di andare in sofferenza causa mancanza di personale. Insomma, un problema reale.
Drammaticamente reale in un Paese che sta in piedi solo grazie alla Bce, che già sconta ritardi sulla ripartizione dei fondi del Pnrr e che, soprattutto, sta cullandosi con eccessivo ottimismo su un outlook di crescita di stampo cinese. Oltretutto, basandolo quasi unicamente sul potere taumaturgico del vaccino, anzitutto a livello di produttività della Pubblica Amministrazione, ora che si tornerà totalmente in presenza. (Money.it)
