Il miglior docente del mondo è di Bari: il prof Antonio Curci vince il Global Teacher Award.

La rivoluzione passa dalla creatività: un prof barese cerca di rivoluzionare dal basso la scuola italiana per svecchiarla e far partecipare maggiormente i ragazzi. Meno politica e meno pensieri orientati al futuro: “Bisogna studiare oggi per essere meglio di ieri e domani per essere meglio di oggi ma non studiare per avere un futuro roseo”. Oggi il suo impegno, e quello di altri docenti, è stato premiato agli Ask Education Awards.

La fondazione Ask Education Awards  ogni anno premia i migliori docenti del mondo, e quest’anno il prestigioso premio è di un docente italiano, Antonio Curci. Nel portare avanti la sua “missione rivoluzionaria”, Curci ha deciso di andare oltre l’idea di scuola stessa così come è stata concepita e di rivoluzionarla. Rivoluzione rappresentata sicuramente da Radio Panetti, la radio degli studenti del Panetti-Pitagora ormai famosa in tutta Italia e imitata da moltissime scuole.

Il prof Curci fa parte di un vero e proprio movimento di docenti che attraverso innovazione e creatività sta cercando dal basso di “svecchiare la scuola italiana” soprattutto perché molte volte, dice il professore barese, “Quello che accadrà alla scuola italiana lo decide la politica senza guardare troppo gli interessi dei ragazzi”. E il prof Curci ha le idee chiare: non stiamo preparando i cittadini del domani. “Tu non studi per il futuro, tu studi per il presente cioè per migliorare te stesso, il tuo mondo, la tua famiglia qui e ora. Insomma bisogna studiare oggi per essere meglio di ieri e domani per essere meglio di oggi ma non studiare per avere un futuro roseo”.

Di seguito, l’intervista integrale al prof. Curci.

Cosa si prova ad essere il miglior professore d’Italia e il secondo italiano ad aver ricevuto questo riconoscimento?
Innanzitutto bisogna dire che non sono il miglior professore d’Italia e che quest’organizzazione che si chiama Ask Education Awards premia i migliori professori al mondo. Insomma, ci sono altri professori bravi come me che riceveranno lo stesso riconoscimento. Io infatti non mi ritengo il professore più bravo in quanto, certamente, la scuola italiana ha tantissimi bravi docenti: c’è un vero e proprio movimento che parte dal basso che sta tentando di cambiare l’idea stessa di scuola. Noi siamo stati sempre abituati in Italia ad aspettare che il ministero ci desse le linee guida sulla nuova didattica, su come deve evolversi il sistema scolastico italiano.
Da qualche tempo, invece, tanti bravi docenti hanno deciso nel loro piccolo di iniziare a sperimentare nuove forme di insegnamento. Io sono uno di quelli che da qualche tempo, poiché sono un creativo nel senso che io mi annoio a fare due volte la stessa cosa (ride n.d.r), ha cominciato a sperimentare nuove forme d’insegnamento e quindi mi sento un docente utile alla società perché cerco di fare bene il mio lavoro, quello per cui sono pagato, quello per cui ho deciso un giorno di lasciare l’azienda privata che pur mi pagava. Ho scelto di fare l’insegnante perché la mia storia mi porta a lavorare con i ragazzi e, ormai, sono a stretto contatto con loro da più di trent’anni.

Possiamo dire che è anche un premio che riconosce l’eccellenza dell’istruzione italiana anche all’interno degli Itis, una realtà scolastica spesso molto sottovalutata?

Intanto non dobbiamo più parlare di Itis perché da qualche anno i vecchi istituti tecnici industriali si sono trasformati in istituti tecnici tecnologici con una serie di corsi specifici fortemente a carattere professionalizzante da un punto di vista tecnologico. Su questo dobbiamo sfatare un mito: la formazione tecnico-tecnologica non è di rango inferiore alla formazione liceale perché purtroppo all’interno delle scuole medie, le attuali scuole secondarie di primo grado, circola una sorta di disinformazione. In pratica, il ragazzo bravo che prende tutti nove e dieci viene orientato a scegliere il liceo, il ragazzo meno bravo viene orientato a scegliere il tecnico, il ragazzo che purtroppo “zoppica” viene mandato al professionale.

Questa è un’equazione semplicistica che danneggia i ragazzi perché, per esempio, scrivere un programma in informatica, cioè passare da un’idea ad un programma comprensibile da un calcolatore, non è più facile di una versione di greco. Allora, se il ragazzo che non ha quest’attitudine viene orientato in un tecnologico dove invece si fa informatica, analisi e programmazione quel ragazzo non andrà bene a scuola. Il lavoro che deve essere fatto all’interno della scuola media è proprio quello di orientare i ragazzi sulla base delle loro inclinazioni naturali e soprattutto orientare anche le ragazze a percorsi di studio tecnico scientifico (Stem). Per esempio, qui a Bari la domanda di lavoro è di gran lunga superiore all’offerta e quindi non riusciamo a soddisfare i bisogni delle imprese. C’è da dire che, in linea di massima, la maggior parte dei diplomati e laureati in informatica sono tutti maschi, se invece anche le ragazze iniziassero a studiare informatica o altre materie simili il fabbisogno delle imprese sarebbe soddisfatto perché ci sarebbe anche la componente femminile.

Quindi il sistema dell’orientamento in ingresso e anche quello dell’orientamento in uscita deve essere completamente rivisto nell’interesse dei ragazzi, non nell’interesse delle scuole. Troppo spesso l’orientamento si trasforma in marketing perché bisogna tenere aperta la scuola, perché i professori vanno in soprannumero, perché se chiudiamo un corso la scuola diventa meno prestigiosa. Ci sono tantissimi problemi, alcuni anche legittimi, però tutto questo non deve ricadere sulla testa dei ragazzi che, più che essere orientati talvolta vengono disorientati.

Come potremmo cambiare questa mentalità?

Dobbiamo tornare a una scuola studente centrica, dobbiamo tornare a occuparci dello studente e della studentessa a tutto tondo mettendoli al centro dell’azione sinergica dei vari attori che, ciascuno con il proprio ruolo, recitano un copione all’interno della scuola. É l’unica via per uscirne: se noi invece vogliamo sempre “curare gli interessi di tutti”, per altro legittimi, rischiamo di perdere di vista quello che è l’obiettivo della scuola ovvero aiutare i ragazzi a crescere bene, a studiare, a formarsi e soprattutto a vivere un’esperienza scolastica veramente positiva e piacevole.

Questo è un po’ anche il mio lavoro all’interno della scuola: mi sforzo di rendere la giornata scolastica per i miei ragazzi piacevole e bella come in un luogo di benessere. Faccio un esempio: se io le chiedessi di vedere un film seduto su una sedia di tavola, lei probabilmente dopo venti minuti comincerebbe a ballare sulla sedia perché starebbe scomodo e si perderebbe la bellezza del film che sta guardando. Se io invece le dò la possibilità di guardare il film seduto comodamente sul divano, magari anche con i piedi sollevati, lei guarderà il film completamente rapito perché il suo corpo in quel momento sta assumendo una posizione di benessere.

Anche nell’insegnamento, anche nella scuola noi dobbiamo sforzarci di creare delle condizioni di benessere fisico, psicofisico per i nostri ragazzi in modo che loro possano imparare bene capitalizzando al meglio il tempo a scuola. Purtroppo la mia esperienza mi dice che, talvolta, le scuole non soltanto sotto il profilo fisico non sono adeguate ma, anche sotto il profilo organizzativo, non sono a dimensione di studente e questo è un problema di cui occorre occuparsi.

Se l’obiettivo è formare tutti senza perderne neanche uno allora dobbiamo riportare lo studente al centro della discussione.

Per fare questo, non crede che anche l’importanza dei programmi andrebbe ridimensionata? Spesso si corre e si pensa che “finire il programma” è l’unico obiettivo…

Allora anche qui c’è molta disinformazione sul tema, nel senso che da tanti anni ormai non esiste più il concetto di programma. L’insegnante che ti dice “mi dispiace devo finire il programma” oppure “devo accelerare perché non ho fatto quell’argomento” è un insegnante che non ha fatto neanche un corso di formazione su quelle che sono le nuove tendenze ministeriali in fatto di didattica. Oggi si parla di competenze in uscita cioè il Ministero ci indica quali devono essere le competenze in uscita per uno studente e sulla base di quelle competenze in uscita devo tarare la mia didattica.

Proprio per questo non esiste più il concetto del “programma da finire”, esiste invece il concetto di “competenza da raggiungere” ma per raggiungere una competenza ci sono mille modi come i viaggi, le esperienze, i progetti alternativi come Radio Panetti. Ci sono mille strumenti che io posso utilizzare per raggiungere quelle competenze e questo cambia completamente l’idea di scuola.

Lei ha citato Radio Panetti, com’è nata l’idea di questa radio scolastica?

Radio Panetti è un fiore all’occhiello della scuola italiana anche perché ormai ha valicato i confini regionali. Intanto, bisogna dire che Radio Panetti esiste perché siamo in due a portarla avanti, io e la prof.ssa Maria Raspatelli che è mia moglie. In fin dei conti Radio Panetti è un po’ una nostra creatura, nasce dalla fecondità dell’unione delle nostre creatività. Ora, la Radio nasce quindici anni fa e ,all’epoca, ancora mia moglie non c’era. Io ho sempre avuto questa passione per la radio fin da quando ero un bambino. Negli anni sono poi diventato un giornalista e mi sono occupato di comunicazione al di fuori della scuola.

A un certo punto ho pensato che il giornalismo radiofonico potesse essere utile all’apprendimento perché attraverso il gioco della radio si poteva in qualche modo aiutare i ragazzi a studiare con più piacere, con più appeal e cominciammo con alcuni studenti, nel piccolo, a creare una piccola radio scolastica che poi negli anni è cresciuta tanto. C’è anche da dire che qualche anno prima ci avevo provato ma il collegio dei docenti di allora, ahimè, mi bocciò il progetto ritenendolo pura vetrina. Qui, in realtà, sono stato un pioniere: nel 2002/2003 ho avuto l’intuizione che la media education fosse l’arma vincente e oggi lo vediamo dato che i ragazzi vivono completamente online, sono sempre connessi. Di conseguenza, educarli all’utilizzo critico e sano dei media è un’urgenza oltre che un obbligo della scuola.

Ma, torniamo a Radio Panetti che nasce con la creatività dei primi format: abbiamo iniziato a costruire la prima radio andando a rovistare negli scantinati della scuola ridando vita ad apparecchiature e a suppellettili che potessero tornarci utili. Poi, dieci anni fa è arrivata mia moglie nella mia scuola: io sono un informatico con la passione della radio e del giornalismo, mia moglie è laureata in filosofia e teologia, insegna religione e, anche lei, è una giornalista. Le nostre formazioni assolutamente divergenti convergevano sul giornalismo e così abbiamo deciso di far diventare Radio Panetti una media company: oltre alla radio ci siamo occupati anche della tv, della fotografia e soprattutto del riconoscimento e gestione dell’emozione. Abbiamo capito che attraverso il gioco dei media i ragazzi possono lavorare sui loro talenti ma al contempo sulle loro emozioni e allora abbiamo cominciato a costruire quelle che oggi si chiamano soft skill ovvero la capacità di lavorare in gruppo, la capacità di non essere tossici all’interno di un’organizzazione di lavoro, la capacità di essere propositivi, la capacità di utilizzare un linguaggio assertivo piuttosto che aggressivo. Questo ci ha sicuramente portato a uscire dai limiti del nostro quartiere.

Abbiamo cominciato a lavorare sul territorio con il comune di Bari in quanto siamo in grado di raccontare in diretta grandi eventi sia radio che televisivi, abbiamo cominciato anche a lavorare al di fuori della regione con il Miur, siamo entrati nel Med, un’associazione che si occupa di media education a livello nazionale e poi sono nate tante collaborazioni con organizzazioni importanti. Radio Panetti oggi è una realtà nazionale all’interno della scuola italiana che credo possa essere un fiore all’occhiello: del resto, il sindaco di Bari Antonio Decaro, sostenitore del progetto insieme alla SIAE, ha definito la radio come “la radio dei giovani della città”. La SIAE, per esempio, l’unica radio italiana che sponsorizza è la nostra: di solito le radio pagano la SIAE ma noi non solo non la paghiamo ma è la SIAE che paga noi affinché noi possiamo pagarla (ride n.d.r). Anche qui ci sarebbe tutta una storia da raccontare…

Racconti pure..

La SIAE inizialmente quando si accorse che noi facevano radio senza riconoscerle le royalty ci mandò una brutta e minacciosa lettera con cui ci invitava a spegnere completamente l’attività radiofonica. Io lì per lì mi permisi di scrivere un articolo per Repubblica (la SIAE toglie la voce agli studenti italiani n.d.r) e questa cosa oltre a fare il giro dell’Italia finì anche in parlamento con un’interpellanza parlamentare.

A un certo punto, un giorno, mi chiamò il direttore generale della SIAE di Roma dicendomi con fare molto paterno: “Mo’ lei mi deve spiegare che cos’è Radio Panetti” e dopo aver spiegato cosa facevamo sottolineando che il nostro non era un progetto con finalità di lucro ma a scopo educativo, lui capì al volo che si trattava di un progetto che aiutava i ragazzi a fare comunicazione, a fare tante esperienze interessanti e mi disse: “Avete vinto uno sponsor”. inizialmente non capii al volo che lo sponsor era la SIAE, pensavo qualche azienda di sua conoscenza e invece mi spiegò che la SIAE aveva deciso di sostenere Radio Panetti e da allora abbiamo avuto la possibilità di utilizzare la musica mainstream senza la quale la radio non ha più quell’appeal che invece ha quando i ragazzi possono fare anche musica “alla moda.”

 

Questa radio oltre ad essere un progetto educativo, è anche una sorta di PCTO (alternanza scuola/lavoro) adeguata al tipo di indirizzo dato che in molte scuole capita che le alternanze non siano pertinenti con il proprio percorso di studi?

Noi non usiamo Radio Panetti come luogo per fare PCTO perché non siamo un azienda. Non ci siamo mai posti il problema, se non forse all’inizio ma poi abbiamo subito abbandonato l’idea che Radio Panetti potesse essere utilizzata per le ore di PCTO. Abbiamo invece trasformato Radio Panetti da progetto extracurriculare a corso d’informatica al mattino.

Nel corso abbiamo tentato di ricucire le varie materie utilizzando la media education: se normalmente le materie umanistiche erano separate dalle materie tecniche, noi abbiamo ragionato in un modo diverso. Le materie tecniche forniscono strumenti per veicolare contenuti mentre le materie umanistiche forniscono i contenuti per riempire i format: se si studia Dante, facciamo fare una fiction radiofonica su Dante o se si studia religione, facciamo fare un cartone animato in cui si può parlare di quell’argomento. Questo crea “un parlarsi tra i saperi” a tutto vantaggio dei ragazzi perché il sapere è uno: i nostri ragazzi sono capaci di passare da una materia all’altra e di unirle grazie alla media education.

Poi c’è anche l’urgenza dell’attualità: non è pensabile che un ragazzino a 10 anni riceva un cellulare e non lo sappia usare. A 10 anni, in genere per la prima comunione, i ragazzi ricevono uno smartphone che diventa quasi un lasciapassare sulle autostrade telematiche ma sono tanti i pericoli in cui un ragazzino può incorrere utilizzando un cellulare. La prima cosa che fa, per esempio, è banalmente quella di andarsi a vedere qualche sito hard. La cosa meno banale è che lui diventa oggetto di milioni di messaggi che non riesce a decodificare come le fake news, le cattive notizie. Se un ragazzo non ha gli strumenti di critica per analizzare queste notizie, rischia di prenderle così come sono e internet diventa quasi un oracolo, diventa un luogo di verità. Proprio per questo bisogna capire come imparare a decodificare i messaggi distinguendo cos’è giusto e cos’è sbagliato, cos’è vero e cos’è falso. Arriviamo a questa consapevolezza grazie alla Media Education: educarsi a Media oggi è un bisogno e dovrebbe essere fatto in tutte le scuole.

 

Cosa cambierebbe della scuola italiana?

Intanto introdurrei la Media Education in ogni ordine di scuola perché i danni che i ragazzi subiscono quando si ritrovano sguarniti in internet sono tantissimi. Se prendiamo come riferimento la pornografia: un uomo di trent’anni o di venti sa benissimo che sta guardando qualcosa che nella realtà non corrisponde al vero o che comunque non ha nulla a che vedere con l’amore o la gestione della sessualità ma, se un bambino a dieci anni guarda un film pornografico lui penserà che in un rapporto di coppia l’amore è quello perché non ha strumenti per decodificare quello che sta guardando. Oppure pensiamo ad un ragazzo che in chat entra in contatto con un gioco abile nella comunicazione persuasiva ma pieno di cattivi concetti e attività pericolose: sappiamo quanti ragazzi si sono tolti la vita perché hanno seguito un gioco…

Poi cercherei di rendere la scuola un luogo di piacere, sembrerebbe un’utopia ma se ci pensiamo possiamo inventare delle attività o delle strutture che tendono ad appassionare e ad avvicinare i ragazzi. La scuola, invece, spesso viene vista come un luogo di sofferenza e questo non può andare bene. Io dico sempre ai miei ragazzi il primo giorno che li incontro: “La scuola non è un tribunale, l’insegnante non è un giudice e lo studente non è un imputato. Ora, detto questo, cerchiamo di costruire una scuola che vi piaccia”. In sintesi, imposterei la progettazione con i ragazzi facendo in modo che loro diventino partecipi della progettazione dell’offerta formativa della scuola e non semplicemente fruitori. Su 100 boiate che i ragazzi possono proporci, 10 sono interessanti e a noi adulti quelle dieci attività possono spesso non venire in mente. Per questo introdurrei la presenza degli studenti all’interno dei luoghi che contano proprio perché con un’attività di co-progettazione possiamo insieme costruire la scuola che va vista come una sorta di casa comune.

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