Pensioni, a dicembre scade Quota 100 e governo non ha ancora trovato soluzione

Occhi puntati ancora sulle pensioni. È corsa contro il tempo per tentare di scongiurare il ritorno della legge Fornero. A dicembre scade Quota 100 e il governo non ha ancora trovato una soluzione per affrontare la riforma del sistema pensionistico. Come si legge su Quotidiano.net,  «l’ipotesi che si fa sempre più realistica tra i tecnici dei ministeri e dell’Inps è quella basata su un’uscita dal lavoro a 63 anni, con penalizzazioni sull’assegno. Ma non è ancora stato sciolto il nodo tra la ricetta Tridico (assegno anticipato solo nella quota contributiva) e la ricetta Damiano (pensione intera, ma con penalizzazioni per la quota retributiva). Anche perché la soluzione individuata dal presidente Inps prevede un grosso taglio del trattamento erogato in anticipo».

In questo caso infatti «un lavoratore nato nel 1960, che abbia cominciato a lavorare nel 1985, con uno stipendio di 1.800 euro, potrebbe incassare 847 euro a 63 anni e 1.253 dai 67 anni in avanti. Oltre all’intervento che passa per l’ampliamento dell‘Ape sociale attraverso l’individuazione di nuove categorie di lavoratori che svolgono attività cosiddette gravose, il governo pensa sempre più a misure strutturali e generalizzate, non legate quindi a specifiche attività lavorative svolte».

Guardiamo nel dettaglio le ipotesi in campo. La prima soluzione prospettata da Tridico prevede l’assegno anticipato solo per la quota contributiva, la seconda, invece, punta sulla pensione intera con penalizzazioni per la quota retributiva.

Con il modello del presidente dell’Inps Tridico, come riporta il Giornale che cita La Nazione, ad essere maggiormente penalizzati sarebbero quelle persone che vanno in pensione in anticipo, le quali subirebbero un taglio importante al vitalizio. L’obiettivo dell’esecutivo, comunque, scrive il Giornale, è di approvare nel più breve tempo possibile una riforma strutturale con provvedimenti di lunga durata. Strumenti come l’Ape sociale e Opzione donna dovranno essere solo appendici alla riforma. Si tenta di evitare che, a partire dal prossimo anno, si passi in un sol colpo dai 62 ai 67 anni per andare in pensione.

Accantonata, come riporta il Giornale.it, «anche l’ipotesi dei 41 anni di contributi a prescindere dall’età. Questa soluzione graverebbe in maniera insostenibile sulle casse dello Stato. Ecco perché il ricorso alla cosiddetta Ape contributiva conquista sempre più punti. Con venti anni di contribuzione, 63 anni di età e un assegno già superiore alla rendita sociale si potrebbe lasciare il lavoro e ricevere, per il momento, solo la pensione calcolata con il sistema contributivo. L’altra parte, quella quantificata con il metodo retributivo, sarebbe percepita a partire dai 67 anni di età».

Con questo sistema potrebbero andare via dal lavoro circa 200mila persone. C’è però il fatto che l’importo della pensione con questo sistema sarebbe molto basso e quindi potrebbe scoraggiare i lavoratori.

L’ex ministro Damiano, invece, ricorda infine il Giornale, propone la pensione a 63 anni e alcune penalizzazioni, solo per la parte retributiva, progressive negli anni. In questo caso, l’assegno viene preso immediatamente per intero, senza aspettare quattro anni e i disagi per i lavoratori sarebbero minori rispetto alla soluzione Tridico. (Secolo d’Italia)

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