Giuseppe Conte sceglie i 5 vice. Mezza platea scontenta abbandona l’aula

La cinquina “vincente” dei vice di Conte scontenta tutti. Il vero vincitore della serata di ieri è il malumore che dilaga ovunque. E che mezza platea slatentizza abbandonando l’aula. Giuseppe Conte, preso atto della sconfitta elettorale e consapevole che il M5S è sull’orlo del baratro, prova a ragguagliare l’amalgama impazzita del M5S. L’ex premier, prigioniero in una cristalleria si guarda attorno a lungo prima di annunciare i i fatidici 5 vicepresidenti. E quando lo fa – ieri a Montecitorio – metà aula si svuota in segno di protesta. Il terreno su cui muove è un campo minato: dalla emorragia di consensi. Dalle divisioni interne. Dai mal di pancia cronici di parlamentari in fuga graduale e costante da Camera e Senato. E, non ultima, da una diatriba ai vertici del Movimento che limita la rifondazione auspicata e inibita sul nascere.  E così, all’atto della proclamazione di ieri, Giuseppe Conte scioglie la prognosi delle nomine facendo l’ultimo salto carpiato: un’acrobazia che, tra strategia e azzardo, ha un solo punto di partenza e di snodo: la presa d’atto della realtà in cui si muove.

Dunque, Giuseppe Conte prima di alzare il velo sulla squadra che lo affiancherà alla guida del Movimento 5 Stelle ripercorre le tappe che hanno endemizzato la crisi grillina e portato alla debacle attuale. «Questa tornata elettorale è stata segnata dal mancato rinnovo, da parte dei cittadini, della fiducia che in passato ci aveva consentito di amministrare città importanti come Roma e Torino», anticipa il contesto l’avvocato pugliese e riferisce in un retroscena il Corriere della sera oggi. Poi prosegue: «Possiamo dire che non è colpa nostra, cercare colpe altrui». Ma «non possiamo assolverci», bisogna «umilmente incassare». E prima di annunciare la cinquina vincente della nuova squadra di vertice, Conte prova ad addolcire la pillola che l’ala grillina delle origini deve mandar giù: «Dobbiamo tornare alla originaria vocazione brillantemente intuita da Beppe Grillo». L’Aula rumoreggia, e il mal di pancia non passa…

Poi Conte, assestato il colpo con il funambolico preambolo, sciorina i nomi: Mario TurcoAlessandra ToddePaola TavernaMichele Gubitosa e Riccardo Ricciardi: sono loro i cinque vicepresidenti che l’ex premier ha nominato e presentato ieri sera nel corso dell’assemblea congiunta dei gruppi grillini. Una cinquina che, a leggere tra le righe, cerca di arginare l’onda d’urto delle correnti e contenere il dilagare dei malumori che orami nel M5S imperversa su tutti i fronti. E, al tempo stesso, di “ricompensare” fedelissimi della prima ora contiana, esponenti al governo e ortodossi di sempre. Un sudoku di nomine che vede ricompensata e nominata Paola Taverna: la vicepresidente del Senato e, soprattutto, la pasionaria indefessa che ha cercato fino all’ultimo di impedire il crollo del secondo governo Conte.

Alessandra Todde, viceministra allo Sviluppo, e esponente in quota governo. Riccardo Ricciardi, emanazione dell’ala ortodossa che ha nel presidente della Camera Fico il suo punto di riferimento supremo. Mario Turco, già sottosegretario e che, scrive il quotidiano di via Solferino, «sarebbe stato scelto in quanto “pioniere” del contismo». Mentre Michele Gubitosa, figura vicina a Luigi Di Maio, dovrebbe fare da ponte sulle macerie del rapporto tra l’ex premier e il titolare della Farnesina, tutto da ricostruire. Cinque nomi, peraltro, quelli selezionati da Giuseppe Conte, che puntano a sud, dando visibilmente un colpo di spugna sul nord movimentista. I grandi esclusi sono: l’ex sindaca di Torino, Chiara Appendino: presenza “scomoda” all’interno del Movimento restaurato dall’ex premier che porta con sé un carico che il codice etico sempreverde dei 5S non ammetterebbe: la sua condanna a un anno e sei mesi per i fatti di piazza San Carlo.

Insieme all’ex sindaca, tornano in panchina che l’ex ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina. E l’ultimo capo politico reggente, Vito Crimi. Alla fine dell’incontro resta ancora altro da bannare. E Conte lo fa, togliendosi pure qualche sassolino dalla scarpa: «Il M5S non sarà mai alleato con Renzi e Calenda», ammonisce secco l’avvocato. Poi sferza tutti i suoi (quelli che sono rimasti nella compagine ridisegnata e nella sala mezza desertificata): «I social network sono una illusione comunicativa, dobbiamo tornare sui territori». Dalle retrovie intanto il rumore di fondo diventa frastuono, mentre si alzano le voci dell’ex ministro Spadafora che attacca: «Alle amministrative l’effetto della tua leadership non si è visto». Del senatore Di Nicola: «Non abbiamo tradotto in voti le cose ottime che abbiamo fatto governando il Paese». E infine, della deputata riminese Sarti: «In Emilia-Romagna abbiamo dimezzato i voti per essere corsi dietro al Pd». Ma Conte chiude. E anche lui lascia l’aula e i pochi malpancisti che sono rimasti… (Secolo d’Italia)

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