Cosa rischia l’Italia con il nuovo MES

Il MES è un meccanismo europeo che fornisce prestiti quando un Paese perde l’accesso al mercato. Fu utilizzato in occasione della crisi greca, quando i titoli di Stato greci furono classificati come «junk» (letteralmente: spazzatura).

L’Euro è una moneta privata e transnazionale e la BCE, che lo emette (lo stampa si direbbe in gergo), è un’istituzione indipendente, che non risponde politicamente a nessuno e che, secondo i Trattati europei (art.123 TFUE), non è tenuta a concedere credito a – o meglio acquistare titoli direttamente da – nessun ministero del tesoro. Questo significa che, se i mercati internazionali non vogliono acquistare i titoli di uno Stato (come nel caso greco) sorge un rischio default: è in queste circostanze che interviene il MES.

Alla luce di questa premessa, la riforma del MES lascia a desiderare per tre motivi:

profezia autoavverante: se si apre all’utilizzo del MES, si lancia un messaggio pericoloso ai mercati, che potrebbe causare, innescando panico tra gli investitori, una crisi del debito che in altre situazioni non sarebbe così probabile;
buoni e cattivi: le linee di credito previste dal nuovo MES dividono sostanzialmente i Paesi in buoni e cattivi; i buoni sono quelli che hanno una finanza stabile e in linea con i parametri di Maastricht, o con le regole del Fiscal Compact (riduzione annua di 1/20 del debito eccedente il 60% debito/PIL). Così facendo, paradossalmente, si rende più semplice ricevere aiuto per chi non è in difficoltà e più complesso per chi invece si trova in difficoltà;
riforma delle clausole di azione collettiva (CACs): una modifica che non indica esplicitamente la possibilità di ristrutturazione del debito (quello che avvenne in Grecia), ma rende più semplice la decisione dei creditori, perché viene modificata la maggioranza necessaria a procedere con una ristrutturazione (non più tante maggioranze quante sono le tranche di debito, ma solo una generale), aprendo a un rischio, per i privati, di perdita del capitale investito. Se passasse, l’ABI ha annunciato che acquisterebbe meno titoli di Stato.
Il tabù dei deficit è venuto meno e con lui quello dell’accumulo di nuovo debito. Nulla di male per il direttore del MES, Klaus Regling, secondo cui la situazione di crisi dovuta alla pandemia richiedeva risposte come quelle che sono state messe in campo (tra le quali deficit a due cifre ndr). Nuovi prestiti e nuovi debiti servivano e servirebbero ancora, perché se non si fosse seguita questa strada, il risultato in termini di aumento del debito sarebbe stato ancora peggiore.

Inoltre, il livello basso di tassi di interesse (che Regling non attribuisce all’intervento della BCE, ma a una condizione di sovra-risparmio) rende sostenibile il nuovo debito, che in alcuni casi è andato a sostituire alcune parti contratte in condizioni di tassi meno favorevoli. E il bello, per così dire, è che per Regling rimarranno bassi, anche perché l’Ue ha bisogno di molti investimenti in questa fase e un aumento dei tassi potrebbe complicare la situazione, disincentivando gli investimenti. (Money.it)

 

 

 

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