Fine vita: un dibattito senza fine

Nella memoria di molti è ancora vivo il ricordo della povera Eluana Englaro che in seguito ad un incidente stradale rimase per 17 lunghi anni in stato vegetativo. Una vicenda struggente e penosa, sopratutto se la memoria torna al momento della sua morte giunta diversi giorni dopo la sospensione della alimentazione che nutriva e teneva in vita la giovane donna. Un caso che scosse e commosse l’opinione pubblica e la politica tutta.

Ma tale scelta venne dai genitori di Eluana ai quali lei stessa aveva più volte manifestato il suo pensiero riguardo a situazioni simili, delle quali la stessa era stata testimone per via di un caro amico rimasto in coma a seguito anche lui di incidente, dichiarando che avrebbe preferito morire piuttosto che restare in tale condizione. Certamente la sua volontà è stata rispettata, e su questo non si può che avere profondo rispetto. Ma la modalità con la quale è stata come si suol dire “staccata la spina” no, quella fu un qualcosa che tutti abbiamo ritenuto orribile; sospendere l’alimentazione facendola morire di stenti no questo è inaccettabile sotto ogni punto di vista, e a dir poco crudele, meglio sarebbe un modo veloce per porre fine alle sofferenze, piuttosto che la modalità applicata alla povera Eluana.

Ma cosa sappiamo sul coma profondo? In verità poco, troppo poco per poter essere sicuri di prendere la decisione più giusta ed equilibrata.

Le notizie scientifiche in merito danno un quadro non molto confortante, dal quale è difficile trarre delle certezze assolute; perché i casi di risveglio dal coma profondo sono rarissimi e ancor più rari sono quelli di chi si risveglia ed ha piena coscienza e capacità di comunicare, e questo è quel che ci dicono i rapporti scientifici, o come ha spiegato il Prof. Paolo Maria Rossini, direttore dell’Unità di Neurologia del Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma, che in molti casi si è trattato anche di diagnosi sbagliate, ovvero si conclamava lo stato di coma profondo del paziente ma invece si trattava di altro.

Ma tornando ai rari casi di risveglio, ve ne sono stati alcuni altrettanto rari, nei quali il paziente ha dichiarato che durante il suo stato vegetativo, riusciva a percepire quel che accadeva intorno a lui e ad ascoltare chi parlava e per dimostrarlo rievocava fatti e discorsi avvenuti durante la sua degenza. Ora quale sia la verità su questi episodi non è certo semplice stabilirlo; ma apre comunque degli aspetti e interrogativi ai quali non ci si può sottrarre. Il primo dei quali è: se come abbiamo visto vi sono dei casi (per quanto rari) che una persona in stato vegetativo è in grado di percepire gli eventi, ma non può comunicare, se ne può dedurre che possa anche percepire la sofferenza.

Mettiamo anche il caso che una persona abbia in precedenza espresso la volontà di preferire il distacco delle apparecchiature che la tengono in vita nel caso incorresse in incidente che la porta in uno stato vegetativo come accaduto ad Eluana Englaro che espresse tale volontà, chi ci dice che nel caso vi fosse celato alle evidenze un minimo stato di coscienza nel quale la stessa pur impossibilitata a comunicare avesse invece cambiato idea? Ecco proprio di questo si tratta, del fatto che non abbiamo alcuna certezza della reale volontà e pensiero (se ovviamente esiste da qualche parte) di un paziente che versa in tale condizione.

Tutti noi ricordiamo bene anche il caso di Piergiorgio Welby, che versava in una condizione di non poter vivere dignitosamente e autonomamente perché completamente paralizzato dal collo in giù, ed espresse quindi la volontà di porre fine alle sue sofferenze come anche a quelle dei suoi cari. E come sancito dalla Carta dei Diritti Umani: ognuno ha il diritto di vivere una vita realmente dignitosa e felice. E va da sé che una vita è dignitosa quando la persona può essere pienamente in grado di viverla totalmente e nella sua interezza, e questo merita un rispetto assoluto e sacro sotto ogni punto di vista. Ma appunto si tratta di un caso molto differente proprio per il fatto che Welby era pienamente cosciente e in grado di comunicare le sue reali volontà. Cosa che non potremo mai stabilire riguardo a chi non ha alcun modo di comunicarle.

 

In sostanza, la questione sul fine vita e le volontà espresse in precedenza o il non poterle esprimere durante una condizione nella quale si è impossibilitati a farlo, è difficile poter decidere di emanare una legge appropriata in merito. Ma per quanto gravoso, è un passo che si deve compiere, ovviamente analizzando e tenendo conto di tutti gli aspetti che questo comporta. Primo fra tutti, l’applicazione dei protocolli per il fine vita e il distacco degli ausili al mantenimento in vita, avvengano con una procedura tale che rispetti in modo assoluto la dignità umana e che escludano ogni possibile sofferenza al paziente e in modo veloce, e non come abbiamo ricordato quanto avvenuto con la povera Eluana Englaro che prima di spirare passarono giorni, e che agli occhi ed al cuore di tutti fu percepito come una vera crudeltà.

 

«Come già Luca Coscioni, a mio turno sono oggi oggetto di offese e insulti, di pensieri, parole, aggressioni alla mia identità ed alla mia immagine, quasi non bastassero quelle perpetrate al corpo che fu mio e che, invece, vorrei, per un attimo almeno, mi fosse reso come forma necessaria del mio spirito, del mio pensiero, della mia vita, della mia morte; in una parola del mio essere»

(Queste furono le parole di Piergiorgio Welby in una lettera poco prima di morire).

 

A prescindere dal pensiero che ognuno può avere, il dovere della Politica, è quello di garantire ad ognuno, la Dignità e il Diritto di poter decidere della propria vita e di porre fine alle proprie sofferenze, come è giusto che sia e come sancito nella Carta dei Diritti umani per l’autodeterminazione delle persone.

 

 

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