L’immagine dell’Italia che emerge dalla ventiquattresima edizione del Rapporto sulla qualità della vita (la più completa tra le analisi che si pubblicano in Italia) è quella di un Paese che è uscito dalla pandemia da Covid 19 sempre più divaricato tra un Nord che ha saputo dimostrare buone doti di resilienza e un Sud dove si manifestano sempre più gravi sacche di disagio personale e sociale. L’attuale versione dell’indagine indica che gli effetti della pandemia sono terminati, siamo tornati grossomodo alla situazione del 2019. Ma il Sud segna un tracollo, sotto molti aspetti. Nel Rapporto del 2020 si evidenziava che l’ondata di pandemia non aveva ancora impattato con tutta la sua forza al Sud, con il passare degli anni l’ondata di Covid è arrivata anche lì allo stesso livello di problematicità delle altre regioni, ma ora si può riscontrare che nelle regioni del Mezzogiorno la mortalità è più elevata. E questo può essere spiegato anche dal fatto che le strutture sanitarie sono a un livello più basso.
Da questo punto di vista il Pnrr potrebbe essere una soluzione strutturale rispetto a quello che si è manifestato anche a seguito della pandemia. Cosa può fare il Pnrr? Occuparsi della dotazione di infrastrutture sanitarie, in modo da consentire al Sud di recuperare il gap dell’assistenza che attualmente si manifesta nei confronti del Nord.
Altra conferma del crescente allontanamento tra le due parti del Paese è data dal fatto che tra le città che hanno fatto balzi in avanti nella classifica generale (cioè che hanno guadagnato più di dieci posizioni), la città più a Sud è Pesaro Urbino, che passa dalla 56esima alla 30esima posizione, tutte le altre sono più a Nord.
Aspetto interessante quest’anno è anche la buona tenuta delle città metropolitane, soprattutto quelle del Nord che, a parte Torino scivolata a metà classifica, si piazzano tutte ai primi posti.
Il rapporto 2022 è caratterizzato da un ampliamento degli indicatori utilizzati, soprattutto nella sezione lavoro, dove ora vengono distinti il tasso di occupazione e disoccupazione maschile e femminile. È stato inoltre inserito un nuovo indicatore, quello dei cosiddetti neet (not in education, employment, or training), cioè delle persone tra i 15 e 29 anni che non studiano e non lavorano, né si stanno formando. Sulla dimensione della popolazione sono state fatte le maggiori modifiche, in quanto è stato tolto l’indicatore della densità demografica (poco significativo, perché non può cambiare troppo da un anno con l’altro) e cancellato il numero medio dei componenti nucleo familiare. In compenso si è introdotto l’indice di dipendenza strutturale, l’indice di dipendenza degli anziani e l’indice di vecchiaia. Inserita anche la speranza di vita alla nascita e quella a 65 anni (in entrambe il Sud è nettamente penalizzato rispetto al Nord). Di fatto un’indagine che era partita nel 1999 con 36 indicatori si è ampliata fino ai 92 attuali. Arricchendosi e perfezionandosi sempre più, nel tentativo di essere un valido strumento di analisi e di decisione politica, più che di polemica o di propaganda finalizzati alla demonizzazione degli avversari o alla esaltazione della propria parte.
