Stefano Bonaccini si candida per la segreteria del Pd

Il primo big a scendere in campo nella corsa per la segreteria del Partito Democratico è Stefano Bonaccini. Il presidente dell’Emilia-Romagna rompe gli indugi e si candida per succedere a Enrico Letta; per l’annuncio sceglie il suo circolo di Campogalliano (Modena): “Non chiederò a nessuna corrente di sostenermi né vorrò il sostegno di qualsivoglia corrente”, afferma perentorio, poi promette: “È in gioco la vita del partito: il Pd nasce come partito di centrosinistra e questo spazio adesso ce lo andiamo a riprendere noi”, un’iniezione di ottimismo in tempi bui per i dem. Per la sua possibile competitor, l’outsider Elly Schlein, esprime solo parole di stima e affetto: “Sarà una bella sfida se vorrà candidarsi”. La sua ricetta per rifondare il Pd parte dalla necessità di ritrovare l’identità perduta, sia attraverso l’opposizione parlamentare, sia tornando nelle piazze, nei mercati, nei luoghi di studio, da cui il partito spesso è mancato. Le alleanze verranno dopo, ma lo schema è già chiaro e viene a galla quando, rivolgendosi a terzo polo e M5S, Bonaccini afferma: “Divisi si perde… non credo sia stato compreso in Lazio e Lombardia” ma “speriamo di avere più forza in futuro per convincerli”. Per ora, l’accusa al partito di Giuseppe Conte e all’alleanza Calenda-Renzi è di “strabismo” nell’approccio alla maggioranza e all’opposizione.

Dario Nardella, secondo alcune voci, potrebbe alla fine non candidarsi più per cedere il passo a Schlein o a Bonaccini, che intanto ribadisce a più riprese: “Chiederò una mano particolare a sindaci, amministratori locali, al gruppo dirigente diffuso sul territorio, ai tanti segretari di circolo. Anche perché mi è abbastanza chiaro che non avrò il sostegno di molti nel gruppo dirigente nazionale”. E parla anche delle correnti, finite al centro delle polemiche, sostenendo di non averne mai fatto parte ma che il “tema non è far loro la guerra”. Lo scontro tra i dem sui tempi del Congresso, dopo essersi consumato prima e (solo in parte) durante l’assemblea nazionale, riemerge nelle dure parole di Andrea Orlando: “Mi pare che, al di là della buona volontà dei progettisti di questo percorso, si vada nei fatti verso un Congresso ordinario. È la costituente più breve della storia delle forze politiche. Spero di sbagliarmi per il bene del Pd”.

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