“Ninni” … ERA IL 6 AGOSTO 1985

Antonino Cassarà, detto Ninni (Palermo, 7 maggio 1947 – Palermo, 6 agosto 1985), è stato un poliziotto italiano, vittima di Cosa nostra.

Nato il 7 maggio 1947, fu Commissario della Polizia di Stato nella questura di Reggio Calabria e poi a Trapani, dove ebbe modo di conoscere Giovanni Falcone. Fu poi vice questore aggiunto in forza presso la questura di Palermo e il vice dirigente della squadra mobile. Nel 1982 lavorava per le strade di Palermo insieme all’agente Calogero Zucchetto, nell’ambito delle indagini sui clan di Cosa nostra. In una di queste occasioni Cassarà e Zucchetto riconobbero i due killer latitanti Pino Greco e Mario Prestifilippo, ma non riuscirono ad arrestarli perché questi fuggirono. Queste indagini portarono alla stesura del cosiddetto “rapporto Greco” che tracciava un quadro della guerra di mafia iniziata nel 1981, dei nuovi assetti delle cosche, segnalando in particolare l’ascesa del clan dei corleonesi di Leggio, Riina e Provenzano.

Ninni Cassarà

Ninni era entrato in polizia a venticinque anni, rinunciando all’ultimo alla carriera da magistrato[1], Cassarà andò a dirigere giovanissimo la Squadra Mobile di Trapani nel 1975, distinguendosi subito per un dinamismo insolito nel contrasto agli interessi mafiosi della città. Nel 1980 la sua intransigenza lo portò a perquisire il circolo Concordia dove si ritrovava tutta la Trapani “bene” per giocare d’azzardo, cosa che portò l’allora questore Giuseppe Aiello[2] a rimuoverlo dalla guida della Squadra Mobile su pressione dei notabili locali[3].

Cassarà venne quindi trasferito a Palermo, dove, dopo un breve tirocinio alla Squadra omicidi, passò subito alla sezione investigativa, su impulso dell’allora capo della Squadra Mobile Ignazio D’Antone. Per prima cosa, Cassarà trasformò la sezione in un ufficio che si occupava esclusivamente di mafia, poi cominciò a scegliere personalmente gli uomini che ne avrebbero dovuto far parte. La scarsità di mezzi (quattro vecchie automobili, niente soldi, niente computer) portava gli uomini della Mobile a farsi prestare mezzi da parenti e/o amici. Lo stesso Cassarà per girare senza pericolo nelle zone di Palermo alla ricerca di latitanti, si faceva prestare la 127 di suo padre, ogni volta mimetizzata da Francesco Accordino della sezione omicidi con targhe di auto mandate al macero[4].

Poi adottò un metodo di lavoro rivoluzionario per l’epoca: ogni squadra avrebbe indagato autonomamente secondo gli incarichi ricevuti, ma tutto sarebbe stato condiviso con le altre squadre: briefing mattutino in cui ciascuna squadra riferiva delle indagini del giorno precedente, circolazione delle notizie fra tutti, nuovi input ed elaborazione delle informazioni fino al minimo particolare. Non veniva tralasciato nulla, nemmeno indizi che a prima vista potevano sembrare irrilevanti.

Nel 1989 iniziò il processo “Michele Greco + 32”, che unificava le indagini sulla morte di Montana, Cassarà e Antiochia. La sentenza di primo grado, emessa il 17 febbraio 1995, condannò i principali esponenti della Commissione (Greco, Riina, Provenzano, Brusca, Madonia) all’ergastolo in qualità di mandanti, con sentenza poi confermata nel 1998 dalla Cassazione[11].

Durante il processo celebrato nel 1997 contro “Francesco Madonia + 25”, il pentito Francesco La Marca riferì che per uccidere Cassarà i capi mandamento si erano accordati per far partecipare uno o più membri di ogni “famiglia”. La prima riunione avvenne il 3 agosto, subito dopo la morte di Marino, al Fondo Pipitone, nel garage di Enzo Galatolo. Arrivato là, La Marca trovò il suo capo Nino Madonia insieme a Pippo Gambino, Raffaele Ganci, i fratelli Enzo, Giuseppe e Raffale Galatolo, Calogero Ganci, Giovanni Motisi, Paolo Anzelmo, Salvatore Biondino e altre persone che non conosceva, in tutto una ventina.

Su ordine di Raffaele Ganci, La Marca rubò un vespone e un vespino, portandoli al Fondo Pipitone, che però non vennero usati nella strage. Durante il sopralluogo in via Croce Rossa con Nicola Di Trapani verificarono che la radio ricetrasmittente fosse in grado di ricevere messaggi alla distanza di cento metri dal portone della casa di Cassarà.

Il 6 agosto, appena la radio trasmise la notizia dell’arrivo di Cassarà, tre gruppi di uomini salirono le scale e si piazzarono alle finestre del secondo, terzo e quarto piano, in attesa dell’auto, per poi andarsene senza problemi.

A rendere omaggio alla salma di Cassarà e Antiochia arrivarono anche l’allora presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, e il ministro Scalfaro, che venne però duramente contestato anche durante i funerali. La protesta per l’inerzia dello Stato si estese a tutto il Paese: ad Agrigento il personale della questura si auto-consegnò in blocco, a Roma 700 agenti rifiutarono il rancio per due giorni, mentre a Palermo 200 agenti chiesero il trasferimento. Il Ministero degli Interni inviò così 800 tra poliziotti, carabinieri e finanzieri per la lotta alla mafia in Sicilia e la questura di Palermo venne riorganizzata con la fusione della Mobile con le volanti.

A Ninni Cassarà va il merito di avere iniziato la vera lotta alla mafia riconoscendone l’appartenenza familiare, l’interesse economico, e l’intelligenza investigativa nel cercare i latitanti a casa loro…..

Il 6 agosto 1985, rientrando dalla questura nella sua abitazione di via Croce Rossa 81 a Palermo a bordo di un’Alfetta e scortato da due agenti, scese dall’auto per raggiungere il portone della sua abitazione quando un gruppo di nove uomini, guidati da Antonino Madonia, Giuseppe Greco e Giuseppe Giacomo Gambino[3] appostati sulle finestre e sui piani dell’edificio di fronte, sparò sull’Alfetta con fucili mitragliatori d’assalto.

L’agente Roberto Antiochia, che era uscito dall’auto per aprire lo sportello a Cassarà, venne ucciso dagli spari e cadde a terra davanti al portone di ingresso dello stabile. Natale Mondo, l’altro agente di scorta, restò illeso, riuscendosi a riparare sotto l’automobile bersagliata dai proiettili dei killer (ma sarà ucciso anch’egli il 14 gennaio 1988).

Cassarà, colpito dai killer quasi contemporaneamente ad Antiochia, spirò sulle scale del pianerottolo tra le braccia della moglie Laura, accorsa in lacrime dopo aver visto l’accaduto insieme alla figlia dal balcone della propria abitazione. Antonino Cassarà è tumulato nel cimitero di Sant’Orsola a Palermo. Dopo l’assassinio (o contemporaneamente a esso) sparisce in questura la sua agenda, dove si presume fossero annotate importanti informazioni.

La sua “ammazzatina” contribuì a deliniare il netto divario tra gli UOMINI DELLO STATO e gli infedeli ,corrotti e conniventi.

Una Preghiera Per gli EROI DELLA LOT¹ ALLA MAFIA

Maricetta Tirrito

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