L’Italia è uscita ufficialmente dalla Via della Seta. La decisione è stata presa sulla base di due ordini di motivi: il primo, economico, perché l’intesa non ha prodotto i benefici attesi; il secondo, politico, per superare l’anomalia di un legame così strutturato con il Dragone, unico caso nel G7, che aveva provocato non poche preoccupazioni da parte di Washington e Bruxelles.
L’uscita dell’Italia dalla Via della Seta è stata preceduta da una missione in Cina del segretario generale della Farnesina Riccardo Guariglia in estate e a seguire dalla visita del ministro degli Esteri Antonio Tajani. Nella lettera, del resto, è stata ribadita la volontà di “sviluppare e rafforzare la collaborazione bilaterale”. La cosiddetta Belt ad Road Initiative, lanciata da Xi Jinping nel 2013, è uno dei cardini del piano cinese per rafforzare la propria economia attraverso una rete di infrastrutture fra tre continenti che favorisca gli scambi.
Con l’arrivo di Mario Draghi l’accordo con Pechino ha iniziato a vacillare e sulla stessa linea si è mossa Giorgia Meloni. Diventata poi premier, ha avviato un percorso di riflessione e di confronto a livello diplomatico e politico con Pechino che ha portato a non rinnovare l’intesa, che scadrà il prossimo 22 marzo.
La stessa Meloni ne ha parlato con il premier Li Qiang a margine del G20 in India, lo scorso settembre, e l’interlocutore ha preso atto della decisione italiana, pur senza essere d’accordo.
In una fase in cui Pechino si contrappone all’occidente sui grandi temi internazionali, a partire dalle guerre in Ucraina e a Gaza, l’Italia vuole marcare in modo più evidente il suo ancoraggio euro-atlantico. In questa linea, va ricordato, l’Italia ha aderito ad un progetto promosso dagli Usa per un nuovo corridoio economico India-Medio Oriente-Europa, proprio in alternativa alla rete cinese.
