Zelensky e l’omicidio Kirilov: quando l’ambiguità mina la credibilità di un leader

L’eliminazione di Kirilov, figura chiave nell’entourage del Cremlino, getta una luce sinistra sugli equilibri interni alla Russia e, soprattutto, sull’affidabilità dell’Ucraina come interlocutore. L’evento in sé è drammatico: un uomo di spicco del regime di Putin, la cui figura rivestiva un ruolo strategico nei settori politico-militari, viene assassinato in piena Mosca, in una zona che avrebbe dovuto essere fortificata e controllata. Come se non bastasse, la dinamica dell’attentato – una bomba piazzata sul monopattino con cui Kirilov si spostava liberamente, privo di una scorta degna del suo rango – offre
uno scenario quasi grottesco, che evidenzia una profonda insufficienza dei servizi di sicurezza russi.
Dal canto suo, Putin è costretto ad ammettere pubblicamente l’inadeguatezza dei propri apparati,
annunciando – neanche troppo velatamente – epurazioni interne per punire e sostituire chi ha
dimostrato di non essere all’altezza. La debolezza di Mosca è lampante: se non sai proteggere uno dei tuoi uomini più importanti, la credibilità del sistema ne esce a pezzi. Ma questa ammissione, per quanto dolorosa, si traduce in un atto di fermezza: il leader russo, piaccia o no, riconosce il problema e annuncia provvedimenti; un segnale importante: la volontà di rimettere in riga i propri
apparati, pretendere efficienza, ripristinare gerarchie e disciplina. Una scelta netta, che preserva l’immagine di un potere ancora capace di reagire.
Allo stesso tempo, tuttavia, l’attenzione si sposta sul grande, vero sconfitto della partita: Volodymyr
Zelensky. Fino a ieri celebrato come difensore della libertà e della sicurezza europea, oggi lascia spazio a un’immagine molto meno edificante. Di fronte a un attentato di tale portata, si attendeva una presa di posizione chiara: confermare o smentire un coinvolgimento ucraino. Entrambe le opzioni avrebbero avuto un senso politico e strategico. Invece no. Zelensky ha preferito navigare tra ambiguità e silenzi, dimostrando una totale inadeguatezza a gestire una crisi di questo livello. Se
davvero puntava a un cessate il fuoco, quale logica lo spinge a ignorare o eludere un atto tanto grave contro il nemico con cui si vorrebbe trattare? Se non è stato lui a dare l’ordine, la cosa più semplice sarebbe stata smentire prontamente, prendendo le distanze da un gesto che, senza una rivendicazione coerente, non può che ritorcersi contro Kiev. Invece, è rimasto nell’ombra, come un leader che non sa cosa dire o, peggio, non sa cosa stia realmente accadendo.
Questo equivale a segare il ramo su cui ci si era appena seduti. Zelensky si è rovinato da solo, dimostrando non solo di non essere affidabile sul piano internazionale – dove parole, azioni e responsabilità devono incastrarsi in modo trasparente – ma soprattutto di non controllare realmente la macchina statale ucraina, i suoi apparati di sicurezza, o comunque gli attori che compiono gesti così eclatanti. La questione è semplice: un interlocutore credibile deve saper dire “sì, è opera nostra, ecco perché” o “no, noi non c’entriamo e lo condanniamo”. Ogni altra scelta è segno di debolezza,
improvvisazione e incapacità strategica.
Putin, cogliendo l’occasione, ha inferto un colpo secco: non ci saranno trattative finché non ci sarà un nuovo Presidente in Ucraina. La traduzione è chiara: “Non mi siedo a parlare con chi non sa controllare i propri uomini, né fornire spiegazioni sugli atti di guerra che avvengono sotto la sua presunta supervisione.” Sotto gli occhi di un’Europa che ha sostenuto Zelensky con convinzione, e degli Stati Uniti che ne hanno appoggiato la resistenza, si rivela un leader confuso, forse sopraffatto dal ruolo, comunque incapace di sfruttare al meglio la propria reputazione. È un autogol pesantissimo.
In un quadro segnato dall’instabilità, l’assenza di chiarezza e di serietà costa cara; la credibilità si
misura nella coerenza tra obiettivi politici e azioni sul campo. Zelensky, con il suo silenzio mal gestito, ha dimostrato di non possedere questa coerenza.
Chi fino a ieri era visto come baluardo della sicurezza europea, oggi appare come un leader impreparato, la cui voce non è né ferma né limpida. Un’occasione sprecata, un passo falso che rischia di pesare come un macigno sull’intera questione ucraina e sui già complessi equilibri internazionali.
Andrea Franchi

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