Consuetudo est servanda: il sistema parallelo del denaro sporco che corrode l’Europa

Di Andrea Franchi

C’è una costante che attraversa il nostro tempo e lega Caracas a Damasco, Doha a Bruxelles, Roma a Madrid: il denaro. Non quello legittimo, ma quello proveniente da petrolio trasformato in mazzette, da traffici di droga industrializzata, da regimi autoritari che comprano complicità a buon mercato. Una rete che, da anni, condiziona partiti, governi e istituzioni internazionali, soprattutto in quell’area politica che si autoproclama “progressista”.

A questa pratica consolidata si potrebbe dare un nome: Consuetudo est servanda. Non la norma del diritto internazionale “pacta sunt servanda”, bensì una deformazione politica: la convinzione che i fondi, da qualunque origine provengano, se servono alla causa, sono buoni.

Il Venezuela: da Chávez a Maduro, la diplomazia del denaro

Dal chavismo in avanti, Caracas ha trasformato le immense rendite del petrolio – e successivamente i proventi dei narco-cartelli – in uno strumento di penetrazione politica globale.

Nel 2020 emerse la notizia, riportata dalla stampa spagnola, di un presunto finanziamento da 3,5-4,5 milioni di dollariinviato da Chávez a Grillo e Casaleggio nel 2010, tramite canali diplomatici. Una Commissione parlamentare italiana per chiarire non fu mai aperta.
In Spagna, José Luis Rodríguez Zapatero, da “mediatore”, si è trasformato in difensore di Maduro, tanto da essere percepito come portavoce di Caracas in Europa. Anche sotto Pedro Sánchez, più di un’inchiesta ha sollevato il sospetto di triangolazioni oscure tra ambienti socialisti e fondi provenienti dall’America Latina.

Il Qatargate: valigette in Parlamento Europeo

Il caso esploso a Bruxelles ha squarciato il velo. Eurodeputati, ONG e fondazioni legate all’area socialista sono state travolte da indagini su soldi in contanti provenienti da Qatar e Marocco per orientare voti, influenzare decisioni e costruire narrative ammantate di diritti umani.
La dinamica è sempre la stessa: fondi opachi che entrano da Stati non democratici e che trovano in settori politici ben disposti terreno fertile.

La Siria degli Assad: il business del Captagon

Mentre il Venezuela usava il petrolio e il narcotraffico come bancomat, la Siria di Bashar al-Assad ha trasformato il captagon, una droga anfetaminica, in una delle principali voci della sua economia sommersa.

La 4ª Divisione siriana, insieme a reti vicine a Hezbollah, ha gestito per anni la produzione e lo smercio, generando miliardi.
I proventi hanno finanziato milizie, campagne militari e attività di propaganda.
Il captagon, definito da molti osservatori “la principale esportazione siriana”, ha reso il regime degli Assad un hub criminale su scala regionale.

Hezbollah, Hamas e la filiera del denaro

Gli stessi canali opachi convergono con il finanziamento di movimenti come Hamas e Hezbollah.

Hezbollah, già coinvolto in reti di narcotraffico e riciclaggio internazionale, ha utilizzato il captagon come fonte diretta di sostegno economico.
Hamas ha ricevuto finanziamenti ingenti dall’Iran e da Doha, con fondi che – formalmente “umanitari” – servivano di fatto per stipendi, apparati e strutture logistiche.
Non c’è dunque un confine netto tra “narco-economia” e sostegno al terrorismo: sono due facce dello stesso sistema.

Le piazze europee e le improvvise conversioni

Alla luce di questi precedenti, stupisce fino a un certo punto l’improvvisa radicalizzazione pro-palestinese di ampi settori della sinistra europea e italiana.
Tre spiegazioni si intrecciano:

1. Opportunismo elettorale: cavalcare la bandiera palestinese significa guadagnare consensi rapidi a costo zero.
2. Cattura narrativa: reti di ONG, media e influencerfinanziati indirettamente creano un ecosistema in cui certe narrazioni diventano mainstream.
3. Convenienze materiali: la consuetudine ad accettare fondi esteri, di qualsiasi provenienza, rende più facile e immediato ogni cambio di posizione politica.

Un sistema che porta a una resa dei conti

Ciò che emerge, dunque, è un sistema parallelo e transnazionaleche ha trovato nel mondo socialista europeo il suo terreno privilegiato:

dal petrolio di Chávez ai soldi del narcotraffico di Maduro;
dal captagon siriano alle valigette qatariote;
dai finanziamenti iraniani per Hezbollah e Hamas alle triangolazioni che lambiscono partiti e governi europei.

E qui sta il punto cruciale: se davvero Maduro venisse catturato e portato negli Stati Uniti, come già accadde con Manuel Noriega a Panama, la sua eventuale collaborazione con la giustizia americana rischierebbe di far emergere la mappa completa di un sistema di corruzione internazionale.

La conseguenza inevitabile: uno tsunami politico

L’inizio della fine di Maduro non significherebbe solo la caduta di un regime sudamericano. Vorrebbe dire lo scoperchiamento di un vaso di Pandora che potrebbe travolgere come uno tsunami l’intero universo socialista internazionale, con epicentro in Europa.
Un terremoto di proporzioni mai viste, capace di spazzare via decenni di consuetudini, fondi occulti e complicità taciute.

Perché la verità, quando esplode, non conosce confini ideologici: si abbatte come un giudizio inesorabile.
E questa volta, a cadere, non sarebbe solo un dittatore in rovina, ma l’intero sistema della “Consuetudo est servanda che ha alimentato la politica di troppi.

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