di Andrea Franchi
Una mossa che ha colto molti di sorpresa, ma che per Donald Trump rappresenta la naturale prosecuzione della sua strategia: disinnescare gli attacchi anticipando gli avversari e trasformando ogni tentativo di delegittimazione in un boomerang politico. Il caso Epstein, che nelle scorse settimane si era riacceso con la richiesta dei democratici di desecretare migliaia di documenti, sembrava destinato a diventare l’ennesimo terreno di scontro. Poi è arrivata la dichiarazione del Presidente: “I repubblicani dovrebbero votare per la pubblicazione dei documenti Epstein. Non abbiamo nulla da nascondere”.
Un colpo di scena che ridisegna le posizioni in campo.
La manovra che azzera l’offensiva democratica
I democratici contavano di usare il caso Epstein per mettere Trump sotto pressione e destabilizzare la maggioranza repubblicana alla Camera. La richiesta di rendere pubblici tutti i file, sostenuta anche da alcuni deputati GOP, sembrava poter dividere il fronte conservatore.
Trump ha ribaltato il tavolo:
– sì alla trasparenza completa;
– focus sull’economia, l’inflazione, la sicurezza del confine;
– minimizzazione del “caso Epstein”, definito una “distrazione politica”.
L’effetto è stato immediato: la narrativa dei democratici, costruita sulla supposizione di un coinvolgimento del Presidente, si è sgonfiata. Trump ricorda inoltre che il Dipartimento di Giustizia ha già pubblicato decine di migliaia di pagine e che, nei documenti noti, non esiste alcuna prova di condotte illecite a suo carico.
La frattura interna ai repubblicani
Il caso Epstein ha però aperto un altro fronte: quello interno al GOP. La deputata Marjorie Taylor Greene, che da anni rappresenta una delle punte più radicali del trumpismo, ha spinto per la pubblicazione totale dei materiali e ha criticato alcune scelte della Casa Bianca. La reazione di Trump è stata durissima: ritiro dell’endorsement, accuse pubbliche di tradimento, minaccia di appoggiare un candidato alternativo nelle primarie del 2026.
La rottura è significativa: mostra che Trump sta ridefinendo i confini del suo stesso movimento, isolando chi tenta di spostare il partito verso posizioni troppo incontrollabili o dannose per l’immagine generale.
Il nodo Carlson–Fuentes e la frattura su Israele
Le tensioni non si limitano al caso Epstein. L’intervista di Tucker Carlson – figura di peso nel mondo conservatore – all’attivista estremista Nick Fuentes ha alimentato un acceso dibattito. Il punto non è solo la figura controversa di Fuentes: è la crescente distanza tra le varie anime del GOP sul rapporto con il governo Netanyahu e sulla strategia americana in Medio Oriente.
Trump, difendendo Carlson, ha scelto un posizionamento pragmatico: nessuna censura sui contenuti dell’intervista, nessuna rottura con la componente più critica verso Israele, nessuna concessione agli attacchi interni. Una mossa che mira a tenere unito il fronte conservatore evitando che la questione israelo-palestinese diventi una nuova linea di frattura.
Gasparino: “Una distrazione che non porta a nulla”
Il giornalista del New York Post Charlie Gasparino ha evidenziato un punto chiave: l’insistenza sul legame Trump–Epstein sarebbe priva di elementi concreti e rischierebbe di trasformarsi in una distrazione inutile anche per il GOP. Secondo lui, quando Trump venne a conoscenza delle attività criminali di Epstein, interruppe ogni rapporto molto prima che lo scandalo esplodesse pubblicamente.
Le email finora rese note al Congresso – secondo diverse fonti – mostrano solo interazioni sociali e filantropiche tipiche dell’ambiente di Palm Beach e New York nei primi anni 2000, senza alcun riferimento a condotte improprie.
Una vittoria tattica di Trump
Alla fine, il risultato politico è evidente:
La sensazione è che la vicenda, anziché creare problemi a Trump, abbia finito per consolidarne la posizione politica. Come già accaduto in passato, l’opposizione ha tentato di costruire un caso, ma si è ritrovata spiazzata dalla rapidità e dall’aggressività comunicativa del Presidente.
Per i democratici, che puntavano su questo dossier come leva strategica, l’esito somiglia più a un autogol che a una vittoria.
