Di Andrea Franchi
Presidente Tarentum Forum APS
Le dichiarazioni del vicesindaco Mattia Giorno sulla vertenza ex Ilva meritano una risposta chiara, soprattutto perché la vicenda dell’acciaieria non può più essere affrontata con slogan o semplificazioni. Taranto vive una fase decisiva: servono lucidità, realismo e capacità di guardare oltre il passato.
Nazionalizzazione: una bandiera che non risolve nulla
Invocare la nazionalizzazione dell’ex Ilva come soluzione immediata appare più un riflesso politico che un’analisi concreta della situazione.
È un dato che i vincoli europei in materia di concorrenza e aiuti di Stato rendono estremamente complesso — quando non del tutto impraticabile — il ritorno stabile dello Stato nella gestione diretta di una grande impresa in crisi. Ogni intervento pubblico richiederebbe una lunga e difficilmente superabile verifica da parte della Commissione Europea.
Ma il punto non è solo giuridico. È anche economico e industriale: lo Stato ha già investito nell’ex Ilva risorse ingenti, senza riuscire a invertire la rotta. Perché dovrebbe riuscirci ora, assumendosi integralmente debiti, rischi e responsabilità di un impianto tecnologicamente obsoleto e con una reputazione devastata?
La nazionalizzazione può sembrare una risposta semplice, rassicurante, immediata. Non lo è. E presentarla come panacea per evitare decisioni più difficili rischia di alimentare illusioni.
Lo Stato imprenditore non è mai stato la soluzione
La storia economica italiana è ricca di esempi che mostrano quanto lo Stato, quando tenta di fare l’imprenditore, finisca spesso per produrre inefficienze, costi elevatissimi e risultati deludenti.
Nel caso ex Ilva, la gestione pubblica non risolverebbe il nodo centrale: la fabbrica richiede investimenti miliardari solo per essere resa sicura. Non per tornare competitiva, ma semplicemente per non costituire un rischio per il territorio.
Pensare che il bilancio nazionale possa sostenere da solo questa operazione significa ignorare la realtà dei numeri e delle priorità del Paese.
Una città divisa: e hanno ragione entrambi
Taranto è una comunità stanca e spaccata:
Sono posizioni legittime. Nessuno può permettersi di liquidarle con leggerezza.
Ed è per questo che limitarsi ad accusare il Governo di “assenza di scelte” non basta: senza una proposta credibile, concreta e finanziabile, la polemica politica rischia di diventare una distrazione, non una soluzione.
La verità è che il ciclo industriale dell’Ilva è finito
Il fallimento dell’ultimo altoforno ancora attivo non è solo un fatto tecnico: è il segnale definitivo che il modello industriale dell’area a caldo dell’ex Ilva non ha più un futuro. Non nelle condizioni attuali, non con le tecnologie attuali, non con questi costi ambientali e sanitari.
È improprio continuare a promettere un ritorno al passato.
Quello che Taranto ha davanti non è la scelta tra “salvare l’Ilva” o “chiuderla di colpo”: è la necessità di una transizione ordinata, costruita con responsabilità e visione.
La vera scelta oggi è costruire l’alternativa
La risposta che Taranto merita non è un disegno di nazionalizzazione, ma un piano serio in cinque punti:
Questo significa dare risposte — non promesse — ai lavoratori, alle famiglie, agli imprenditori e a chi vive nei quartieri più colpiti.
Taranto non deve scegliere tra lavoro e salute. Deve scegliere il futuro.
Le dichiarazioni del vicesindaco Giorno intercettano una legittima preoccupazione, ma la politica ha il dovere di andare oltre la denuncia.
Oggi, ciò che non serve è un nuovo totem ideologico — né la nazionalizzazione, né il ritorno a un’acciaieria che non esiste più.
Quello che serve è responsabilità: costruire un modello nuovo, moderno, sostenibile e capace di creare più lavoro di quanto l’Ilva sia ancora in grado di offrire.
Taranto è stata per troppo tempo prigioniera di un’unica industria. Ora deve tornare libera di crescere. E questo richiede coraggio, realismo e una visione che guardi avanti, non indietro.
