Di Andrea Franchi
Quando nel 1986 Ronald Reagan apparve davanti alle telecamere per dire la sua sulle accuse circa il suo ruolo nello scandalo noto come “Irangate” e mosse dalla Commissione Tower, il mondo politico americano oscillò tra indignazione e incredulità. L’idea che la Casa Bianca avesse autorizzato la vendita segreta di armi all’Iran, in pieno embargo, e che i proventi fossero stati dirottati per finanziare i Contras in Nicaragua, suonava come una ferita aperta alla credibilità degli Stati Uniti. Eppure quella vicenda, per quanto scioccante, non era che la superficie di una storia molto più ampia, un intreccio di traffici, interessi incrociati e verità scivolose che correvano lungo le rotte aeree dell’America Centrale e delle Ande.
Mentre il Congresso discuteva di embargo, guerriglia e responsabilità politiche, nel mondo reale gli aerei che decollavano dagli Stati Uniti verso le basi dei Contras trasportavano armi acquistate attraverso canali paralleli. E quegli stessi velivoli, una volta consegnato il carico, ripartivano verso nord con una merce ben più preziosa per chi sapeva come usarla: la cocaina dei cartelli colombiani. Fu in quell’incrocio di necessità strategiche – la guerra ai sandinisti – e disponibilità criminali – i profitti del narcotraffico – che prese forma una delle triangolazioni più oscure degli anni Ottanta.
A documentare questo corridoio aereo fu l’uomo sbagliato nel posto giusto: Barry Seal, ex pilota della TWA e poi infiltrato della CIA. Le fotografie che riuscì a scattare durante una operazione sotto copertura non sono solo materiale d’archivio: sono un frammento di storia. Nel rullino di Seal compaiono Pablo Escobar, Jorge Ochoa e altri uomini del Cartello di Medellín intenti a caricare pacchi di cocaina su un aereo destinato agli Stati Uniti. Era la prova che due mondi apparentemente inconciliabili – la guerriglia anticomunista sostenuta da Washington e il più potente narco-cartello dell’epoca – stavano collaborando, seppur indirettamente, attraverso una filiera clandestina che serviva a entrambi.
Per comprendere quella collaborazione bisogna guardare oltre la figura, ormai iconica, di Pablo Escobar. Il Cartello di Medellín non era una monarchia assoluta. Il vero centro di potere era la famiglia Ochoa, guidata dal patriarca Don Fabio Ochoa Restrepo, uomo elegante, influente, ben introdotto nelle élite colombiane. I suoi figli, Jorge Luis, Juan David e Fabio Ochoa Vásquez, gestivano le rotte, le alleanze e la macchina economica del cartello. Escobar era il comandante operativo, il capo militare, lo stratega feroce che dava al cartello una capacità armata impensabile fino a quel momento. Ma le leve politiche, diplomatiche e finanziarie erano saldamente nelle mani degli Ochoa, che seppero attraversare gli anni più violenti mantenendo un margine di trattativa che Escobar non ebbe mai.
Sul fronte opposto della Colombia si muoveva un attore meno rumoroso ma ugualmente decisivo: il Cartello di Calì. I fratelli Rodríguez Orejuela, Gilberto e Miguel, avevano costruito un impero più discreto e sofisticato rispetto a quello di Medellín. Corruzione mirata invece di autobombe, relazioni politiche profonde invece di guerra dichiarata. Gilberto Rodríguez Orejuela, in particolare, era legato da rapporti diretti di amicizia con Jorge Ochoa, un asse silenzioso che avrebbe avuto un peso determinante qualche anno più tardi.
Quando la spirale di violenza scatenata da Escobar trasformò la Colombia in un campo di battaglia quotidiano, molte forze – istituzionali, criminali, economiche – cercarono un modo per eliminarlo. Nacquero così i PEPES, un gruppo ibrido composto da ex alleati, uomini vicini al Cartello di Calì, settori deviati dei servizi colombiani e finanziatori che preferirono rimanere nell’ombra. La loro missione era semplice: dare la caccia a Escobar, pezzo dopo pezzo, struttura dopo struttura, fino alla sua eliminazione finale nel dicembre 1993. Tra i sostenitori dei PEPES c’erano anche gli uomini del cartello di Calì, interessati a neutralizzare un rivale ormai ingestibile, e interlocutori legati agli Ochoa che sapevano come proteggere la propria posizione negoziale senza farsi trascinare nella catastrofe che travolse Escobar.
Il destino di Escobar – ucciso su un tetto di Medellín, anziché arrestato – fu il risultato di un’altra verità scomoda. I servizi britannici avrebbero preferito catturarlo vivo. Ritenevano che, messo davanti a un interrogatorio formale, Escobar avrebbe potuto ricostruire nel dettaglio le rotte aeree, le triangolazioni tra guerriglia centroamericana e traffici di cocaina, e i contatti avuti con mediatori che operavano in zone grigie. La CIA non condivideva questo interesse. Un Escobar vivo sarebbe stato un arsenale di segreti potenzialmente devastanti, con ramificazioni che si spingevano fino ai dossier più riservati delle operazioni Contras. Molto meglio chiudere la partita senza possibilità di rivelazioni.
Mentre questi eventi scuotevano la Colombia, negli Stati Uniti un altro giornalista, Gary Webb, ricostruiva con meticolosità la parte americana dello stesso puzzle. La sua inchiesta, “Dark Alliance”, mostrò come reti legate ai Contras avessero introdotto cocaina a Los Angeles, alimentando l’epidemia di crack e generando profitti che, attraverso intermediari, finivano di nuovo nelle casse della guerriglia anti-sandinista. Webb fu travolto da una campagna di delegittimazione, attaccato dalle principali testate nazionali e isolato, fino a diventare l’ennesima vittima della zona grigia in cui le verità non devono mai emergere tutte insieme.
In retrospettiva, la guerra alla droga lanciata da Reagan assume un aspetto più complesso di quanto apparisse all’opinione pubblica. Fu un investimento politico necessario per separare gli Stati Uniti da quelle stesse operazioni clandestine che, negli anni precedenti, avevano alimentato la lotta ai sandinisti. Una guerra dichiarata al narcotraffico che serviva anche a chiudere, in modo definitivo, le piste parallele che avevano visto armi volare verso sud e cocaina tornare verso nord.
La storia dell’Iran–Contras non è solo uno scandalo americano, né solo un caso di traffici illeciti. È la mappa di un’epoca in cui geopolitica, intelligence, guerriglia e narcotraffico si muovevano sulla stessa scacchiera. È il racconto di come gli Ochoa sopravvissero, di come il Cartello di Calì seppe muovere le leve giuste, di come Gary Webb e Barry Seal pagarono il prezzo delle loro verità, e di come Escobar divenne l’uomo che troppi volevano morto e pochi erano disposti a interrogare.
È, in definitiva, la dimostrazione che le grandi storie degli anni Ottanta non si sono svolte nei palazzi del potere, ma nelle piste clandestine, nelle camere di tortura dei cartelli, nelle ambasciate, negli hangar della CIA e nei quartieri devastati dalla droga. Una rete invisibile e impenetrabile che continua ancora oggi a gettare ombre su uno degli snodi più oscuri della politica contemporanea.
