Di Andrea Franchi
La cattura di Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores non è un incidente della storia.
È un atto di giustizia. E come ogni atto di giustizia vero, disturba, urta, fa urlare chi per anni ha voltato la testa dall’altra parte.
Non stiamo parlando di un leader scomodo, né di una “controversa figura politica”. Stiamo parlando del vertice di un regime criminale che ha ridotto il Venezuela alla fame, al carcere, all’esilio di massa. Uno Stato trasformato in una prigione. Un popolo costretto a scegliere tra la miseria e la fuga.
Oggi, per la prima volta dopo anni, il tiranno non è intoccabile. Ed è questa la vera notizia.
Il diritto internazionale non è il rifugio dei carnefici
Come sempre, alla caduta di un dittatore, si presenta puntuale il coro dei benpensanti:
“la sovranità”, “il diritto internazionale”, “l’imperialismo”.
Parole vuote, usate come scudi morali per difendere l’indifendibile.
La sovranità non è un lasciapassare per distruggere un popolo.
Il diritto internazionale non è una cassaforte dove nascondere i criminali di Stato.
E l’anti-americanismo automatico non è un argomento, è una scorciatoia intellettuale.
Gli Stati Uniti non hanno “occupato” il Venezuela. Non hanno imposto un governatore coloniale. Hanno fatto una cosa molto più semplice e molto più insopportabile per certi ambienti: hanno arrestato i vertici del regime e li hanno portati davanti a un tribunale.
Quanto alla favola del petrolio, siamo al livello della propaganda da assemblea studentesca. Se il petrolio fosse stato l’obiettivo, Maduro sarebbe stato protetto, non rimosso. Il vero saccheggio delle risorse venezuelane è avvenuto sotto il regime, non contro di esso. Un Venezuela libero non conviene ai predatori interni, ed è esattamente per questo che il regime doveva cadere.
L’indignazione selettiva: la vera oscenità
Ma c’è qualcosa di ancora più grave del dibattito giuridico: l’oscenità morale.
Oggi c’è chi si straccia le vesti per Maduro.
Chi parla di “diritti violati”.
Chi piange per il dittatore arrestato.
Dov’erano, queste anime sensibili, quando:
Non c’erano.
Non parlavano.
Non denunciavano.
Difendere oggi Maduro significa difendere tutto questo. Significa difendere la fame, il terrore, l’esilio forzato, le famiglie spezzate. Non è una posizione politica: è una scelta ignobile.
Senza se e senza ma
I venezuelani non meritano “distinguo”.
Non meritano “equilibri”.
Non meritano lezioni da chi ha vissuto la dittatura dal divano.
Meritano giustizia. Senza se e senza ma.
Chi oggi piange per Maduro non sta difendendo il diritto. Sta difendendo l’impunità.
E la storia, come sempre, farà il suo lavoro:
taglierà a fettine le bugie, e lascerà i complici morali dalla parte sbagliata per sempre.
