Di Andrea Franchi
Nel dibattito sul caso di Rogoredo c’è un fatto che una parte politica continua ostinatamente a rimuovere: un uomo ha puntato un’arma contro un poliziotto durante un controllo. Tutto il resto viene dopo. Tutto il resto è contorno, polemica, ideologia.
Se quell’arma era vera, il quadro è chiaro.
Se quell’arma era finta, allora le alternative sono solo due: un gesto suicida oppure una dimostrazione di irresponsabile stupidità. Non esiste una terza via.
In ogni caso sfido chiunque in simili condizioni, a distinguere un’arma vera da una finta, e soprattutto, a colpire in una zona non letale un aggressore a sua volta armato, senza che questo poi se pur colpito non possa a sua volta reagire sparando invece per uccidere.
La menzogna dell’“arma inoffensiva”
La narrativa della sinistra insiste sul fatto che l’arma non fosse letale. È un argomento irrilevante.
In condizioni reali:
non esiste alcun modo di distinguere un’arma vera da una finta.
Scacciacani e softair sono costruite apposta per sembrare armi reali. Ed è proprio per questo che puntarle contro qualcuno è un atto gravissimo.
Pretendere che un agente lo capisca in quell’istante non è umanitarismo: è disonestà intellettuale.
La favola dello “sparare a una gamba”
Poi c’è la seconda menzogna, ancora più surreale:
“Si poteva colpire un braccio o una gamba.”
Questa non è analisi. È cinema.
Nella realtà:
Nessuna forza di polizia al mondo addestra a sparare per ferire.
Chi lo sostiene dimostra di non aver mai visto un’azione reale, ma solo film in cui i buoni colpiscono un’arancia a cento metri mentre i cattivi non prendono mai nessuno.
Anche ferito, il pericolo restava totale
C’è un punto che la sinistra evita accuratamente.
Anche ammesso e non concesso che un colpo colpisca un arto:
Le pistole in dotazione alle forze di polizia sono 9 mm, non armi da fumetto.
Non “spengono” una persona all’istante, non la rendono incapace di sparare a sua volta; e per gli amanti dei film stile Callaghan, nemmeno se lo ferisci con una 44 Magnum lo sbatti a terra inoffensivo.
Chi lo ignora, non sa di cosa parla.
La verità che non vogliono dire
La verità è semplice, scomoda, ma inevitabile:
Chi punta un’arma contro un poliziotto accetta il rischio delle conseguenze.
È una regola basilare di ogni Stato che voglia definirsi tale.
Negarla significa:
Un rovesciamento morale pericoloso
Da anni assistiamo allo stesso schema:
All’agente si chiede freddezza sovrumana.
Al delinquente si perdona tutto, persino l’atto più irresponsabile: puntare un’arma, vera o finta, contro chi ha il dovere di intervenire.
Questo non è garantismo.
È un rovesciamento morale che indebolisce lo Stato.
In conclusione
Il caso di Rogoredo non è una tragedia causata da un abuso.
È la conseguenza diretta di una scelta.
Se l’arma era vera, il pericolo era reale.
Se l’arma era finta, il gesto era suicida o stupido.
In entrambi i casi, la responsabilità non è di chi ha reagito per salvare la propria vita, ma di chi ha deciso di giocare con la morte puntando un’arma contro un poliziotto.
Il resto è propaganda.
E la propaganda, sulla sicurezza, non salva vite: le mette a rischio.
