L’utilizzo prolungato dello smartphone potrebbe far scattare obblighi informativi più ampi per i produttori. È questo uno dei principi destinati a far discutere contenuti nell’ordinanza n. 24015/2026 della Corte di Cassazione, che ha stabilito come il semplice rispetto degli standard tecnici europei non sia necessariamente sufficiente a escludere ulteriori responsabilità sul piano dell’informazione al consumatore.
Al centro della vicenda c’è l’utilizzo quotidiano e prolungato di un telefono cellulare, spesso tenuto vicino alla testa e utilizzato in presenza di figli minorenni. Secondo la Suprema Corte, il produttore deve mettere il consumatore nelle condizioni di conoscere anche eventuali rischi potenziali collegati all’impiego normale o prevedibile del dispositivo, quando esistano elementi che rendano opportuno adottare comportamenti prudenti.
Una vicenda iniziata con l’acquisto di uno smartphone
La causa trae origine dall’acquisto di un iPhone SE 5S avvenuto nel giugno 2016. La proprietaria dichiarava di utilizzare il dispositivo intensamente, con più di un’ora quotidiana di conversazioni e diverse ore di collegamento alla rete dati.
Il telefono veniva utilizzato anche in situazioni caratterizzate da una ricezione non ottimale, come durante gli spostamenti in automobile o in treno. Inoltre, secondo quanto emerso nel procedimento, l’apparecchio veniva impiegato abitualmente anche in presenza delle figlie minorenni.
Nel febbraio 2018 la donna veniva a conoscenza di alcuni studi che avevano ipotizzato possibili correlazioni tra esposizione prolungata alle radiofrequenze e rischi per la salute nel lungo periodo. Da qui la decisione di rivolgersi alla magistratura, sostenendo che, se fosse stata adeguatamente informata, avrebbe potuto modificare le proprie abitudini, per esempio utilizzando maggiormente gli auricolari o mantenendo il telefono a maggiore distanza dal corpo.
La richiesta di risarcimento era fondata non sulla dimostrazione di una patologia provocata dallo smartphone, ma sulla presunta violazione del diritto della consumatrice a effettuare una scelta consapevole in presenza di possibili rischi.
I primi due giudizi avevano respinto la richiesta
Il Tribunale di Bologna aveva rigettato la domanda con la sentenza n. 508/2020. La stessa conclusione era stata successivamente confermata dalla Corte d’Appello di Bologna con la sentenza n. 1338/2024.
Secondo i giudici di merito, non sarebbe stato sufficiente richiamare il principio di precauzione e le disposizioni del Codice del Consumo. Mancava inoltre una dimostrazione scientifica definitiva del rapporto tra esposizione alle radiofrequenze e sviluppo di patologie tumorali.
La questione è quindi arrivata davanti alla Cassazione, che ha adottato un’impostazione diversa rispetto ai precedenti gradi di giudizio.
Per la Cassazione l’obbligo di informazione è centrale
La Suprema Corte ha ritenuto errata l’interpretazione secondo cui il principio di precauzione non avrebbe rilevanza nei rapporti tra produttore e consumatore.
Gli obblighi previsti dal Codice del Consumo, secondo la Cassazione, impongono al produttore di fornire informazioni adeguate sui rischi che possono derivare dall’utilizzo normale o ragionevolmente prevedibile di un prodotto.
L’obiettivo è permettere al consumatore di compiere scelte consapevoli e, quando necessario, di adottare comportamenti in grado di ridurre l’eventuale esposizione a un rischio.
La conformità alle norme europee non esclude ulteriori avvertenze
Uno dei passaggi più rilevanti dell’ordinanza riguarda la conformità tecnica degli smartphone.
Il fatto che un dispositivo rispetti gli standard di sicurezza europei e sia regolarmente commercializzato non significa, secondo la Corte, che il produttore abbia automaticamente assolto ogni obbligo informativo.
La conformità tecnica rappresenterebbe infatti un requisito minimo di sicurezza, mentre rimarrebbe distinto il dovere di informare l’utilizzatore sui possibili rischi che non siano immediatamente percepibili.
In questa prospettiva, anche la presenza di studi scientifici ancora non conclusivi potrebbe assumere rilievo quando sia necessario adottare misure informative e comportamenti prudenziali.
L’incertezza scientifica non elimina il principio di precauzione
Un altro punto fondamentale riguarda proprio l’assenza di una certezza scientifica definitiva.
La Cassazione non sostiene che sia stata dimostrata una relazione causale tra l’utilizzo dello smartphone e l’insorgenza di tumori. Il punto della decisione è differente: l’incertezza scientifica, secondo la Corte, non può essere utilizzata automaticamente per escludere qualsiasi obbligo di informazione.
Quando esistono elementi che suggeriscono un possibile rischio, il produttore può essere chiamato ad adottare una comunicazione prudenziale, consentendo agli utenti di ridurre volontariamente l’esposizione.
In quest’ottica viene richiamato anche il principio ALARA, secondo cui l’esposizione dovrebbe essere mantenuta a un livello ragionevolmente più basso possibile.
Anche il danno deve essere valutato in concreto
La Cassazione ha inoltre contestato il modo in cui la Corte d’Appello aveva affrontato il tema del danno.
Il semplice timore astratto di essere esposti a un pericolo, infatti, non sarebbe sufficiente per ottenere automaticamente un risarcimento. Occorre invece verificare se la mancanza di informazioni abbia avuto un effetto concreto sulle decisioni della persona.
Nel caso specifico, bisognerebbe quindi accertare se la consumatrice, conoscendo preventivamente i possibili rischi, avrebbe modificato le proprie abitudini. Potrebbero assumere rilievo, per esempio, l’utilizzo degli auricolari, la diminuzione delle conversazioni con il telefono a diretto contatto con la testa oppure una maggiore distanza dal dispositivo.
Se questo collegamento tra carenza informativa e comportamento dell’utente viene dimostrato, anche attraverso presunzioni, il turbamento concretamente subito potrebbe essere riconosciuto come danno risarcibile.
La parola torna alla Corte d’Appello
La Cassazione ha quindi disposto il rinvio della causa alla Corte d’Appello di Bologna, che dovrà riesaminare la vicenda applicando i principi indicati nell’ordinanza.
Il nuovo giudizio non riguarderà esclusivamente l’eventuale quantificazione di un risarcimento. Dovrà essere valutata anche la possibilità di adottare misure preventive nei confronti del produttore.
Tra le ipotesi indicate rientrano un rafforzamento delle avvertenze associate al prodotto, comunicazioni digitali destinate a ricordare periodicamente agli utenti le modalità di utilizzo più prudenti e la disponibilità di strumenti, come gli auricolari, che consentano di ridurre il contatto diretto con il dispositivo.
La decisione non equivale quindi a stabilire che gli smartphone provochino tumori, né riconosce automaticamente un risarcimento a chiunque utilizzi frequentemente un cellulare. Il principio affermato dalla Cassazione riguarda soprattutto il diritto del consumatore a ricevere informazioni adeguate sui possibili rischi e a poter scegliere consapevolmente come utilizzare il prodotto.
Noemi De Noia
