Pensioni: come la pensa Mario Draghi?

Sul tavolo del Governo Draghi non si è ancora scesi nei temi concreti che interessano l’Italia, tra cui le pensioni. Ma, come ricorda il Sole 24 Ore, nelle Considerazioni finali dei suoi anni alla guida della Banca d’Italia il premier incaricato suggeriva di allungare la vita lavorativa per garantire un tenore di vita adeguato agli anziani di domani.

In questo momento Quota 100 consente di anticipare la pensione a 62 anni di età con 38 anni di contributi fino al 31 dicembre 2021. Dal 1 gennaio 2022 non sarà possibile andare in pensione prima dei 67 anni di età. Ma sembra difficile appunto che Draghi deciderà di prolungare oltre la misura, come spiega anche ‘la Repubblica’ di oggi. Anche perché se è vero quanto scrive la Ragioneria di Stato, e cioè che se la sperimentazione triennale diventasse strutturale, la spesa pensionistica avrebbe un balzo di 6 punti percentuali di Pil da qui al 2070, l’ipotesi di renderla permanente non sembra conveniente.

Il problema è che Quota 100 non piace all’Europa, che invece aveva fortemente sostenuto la riforma Fornero varata dal governo Monti. Sembra sempre più probabile che l’Italia dovrà andare incontro a Bruxelles per avere i soldi del Recovery Fund.

Secondo i calcoli della Cgil poi, alla fine del triennio iniziato nel 2019, si dovrebbero spendere soltanto 14 dei 21 miliardi stanziati. Fino ad ora si sono registrati 268mila anticipi di pensione, che potrebbero arrivare a 377mila entro l’anno. Un traguardo molto ridimensionato, rispetto al milione annunciato da Salvini nel 2017, e senza che ci siano stati effetti positivi sulle assunzioni.

Ieri il segretario confederale della Cgil, Roberto Ghiselli, in vista dei colloqui del Presidente del Consiglio incaricato che nei prossimi giorni incontrerà le parti sociali ha scritto in una nota che “La sola proroga di Quota 100 rappresenterebbe un ennesimo intervento spot che non modificherebbe la legge Fornero e non darebbe risposte alle persone che lavorano. Dopo una proroga di uno o due anni ci si ritroverebbe al punto di partenza e comunque nel frattempo per chi non raggiunge i 38 anni di contributi, o i 62 anni di eta’, non cambierebbe assolutamente nulla”.

“È necessaria quindi – continua la nota – una riforma seria e duratura, che consenta a tutti i lavoratori di poter scegliere quando andare in pensione dopo i 62 anni o con 41 anni di contributi, ed in particolare che affronti il tema di chi fa i lavori manuali o gravosi, riconosca il lavoro di cura e la situazione specifica delle donne e che dia una prospettiva previdenziale ai giovani e a chi fa lavori poveri o discontinui. In sostanza una riforma che guardi al mondo del lavoro di oggi e a quello futuro e non a quello che è stato. Il fatto che tutte le persone che andranno in pensione da ora in poi avranno prevalentemente un calcolo contributivo, rende queste misure non solo eque socialmente ma anche compatibili finanziariamente. Su questi argomenti il nuovo Governo dovrebbe riprendere il confronto con le organizzazioni sindacali”.

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