Travaglio adesso respira frustrazione politica. Gli attivisti su Rousseau hanno decretato il sì a Draghi, tanto voluto da Grillo e dagli uomini di punta del movimento. Ma il direttore del Fatto Quotidiano, dopo mesi di endorsement. Sublimazioni, santificazioni e miracolose imprese come nemmeno le agiografie dei devoti riescono a contemplare, dà sfogo a tutta la sua ira, apparentemente contenuta in un atteggiamento compassato che tradisce, nelle parole pronunciate a denti stretti, rabbia e amarezza: quelle del grande sconfitto. Quelle del nume tutelare del M5S che, commenta Travaglio dalla Gruber nella puntata di ieri sera di Otto e mezzo, «dopo la farsa del voto su Rousseau, si è consegnato a Mario Draghi».
E non bastano a contenere la sua ira glaciale, gli insulti che piovono copiosi, come al solito, su Berlusconi e Salvini. Deliranti interpretazioni mediatiche sul «complotto dei giornaloni» che mai si sarebbe aspettato di vedere. Per Travaglio, in calcio d’angolo – ma in zona Cesarini – si salva a malapena l’ex premier, che nonostante abbia suggerito ai suoi di votare per il sì all’esecutivo in fieri dell’ex governatore della Bce, fa bene a tenersi fuori dall’insolita «ammucchiata» in via di allestimento. E un Travaglio, disperato e disilluso, quello che si mostra ieri alle telecamere de La7, a pochi minuti dall’esito della votazione sulla piattaforma pentastellata. Che parla di ingenuità e caos. E che per l’occasione, vira dai toni entusiastici della prima ora di governo giallorosso, al giustificazionismo improvvisato degli ultimi giorni. Passato dall’incoraggiamento forzato a tenere in sella Conte ai timori malcelati seguiti scatenati dal suo disarcionamento. All’invettiva di ieri sera, quando, senza troppe perifrasi lusinghiere, ha tuonato: «Prima di calarsi le brache avrebbero dovuto chiedere qualche garanzia in più», ha sbottato Travaglio. Sbottando a stretto giro con un malinconico: «Non conteranno più niente».
Per Travaglio è davvero un brutto colpo quello inferto con la votazione su Rousseau che ha sentenziato il paventato sì al governo Draghi. Un brutto colpo, seguito allo choc nato col . Con la scissione alle porte e Di Battista in fuga dopo aver sbattuto la porta e una fronda di parlamentari pronti a uscire dopo di lui, con la Lezzi e Toninelli al seguito. Eppure, sottolinea Travaglio, «Beppe Grillo è tutt’altro che scemo – ha premesso –. Si è trattata di una circonvenzione di capace. È stato intortato da quel volpone di Draghi che lo ha intortato con la supercazzola del super-ministero della Transizione ecologica». Un esperimento, sottolinea il giornalista, già fallito in Francia. Un argomento su cui Travaglio finge di non sapere che più che una trappola ordita da Draghi, è la scusa avanzata dai grillini per giustificarsi al cospetto della piattaforma di attivisti e ottenere l’agognato sì. Puntualmente arrivato. Nonostante gli insulti specchietto per le allodole, riservati ai leader di FI e della Lega, che non sono certo la causa della scissione in corso. E che, di sicuro, con buona pace di Travaglio, non hanno trattenuto Grillo, Di Maio, Fico, Crimi e compagnia cantante, a non cedere alle lusinghe – e alle poltrone – poltrone del governo Draghi.
