Corte dei Conti, allo studio un parziale spostamento del prelievo dall’Irpef all’Iva

“Le ipotesi d’intervento sul fisco dovranno guardare “all’efficienza e all’equità del sistema tributario nel suo complesso, considerando forme di ricomposizione del contributo dei prelievi diretti e indiretti”. È quanto sottolinea la Corte dei Conti nel Rapporto 2021 sul coordinamento della finanza pubblica spiegando che “adeguata attenzione potrebbe essere riservata ad un parziale spostamento del prelievo dall’Irpef all’Iva”. Indipendentemente dal modello di base imponibile che si vorrà adottare, la Corte sottolinea che non possono essere trascurati gli obiettivi strategici rappresentati da un lato dal contrasto all’evasione che rimane “a tutt’oggi il più rilevante vulnus all’equità orizzontale e verticale” e dall’altro “dal processo di semplificazione, sia per ciò che riguarda la base imponibile, le aliquote e le innumerevoli spese fiscali presenti, sia per gli aspetti procedimentali, quali dichiarazioni, versamenti, rimborsi e, in generale, tutto ciò che attiene al rapporto con il contribuente”. “Cruciale è riavviare un credibile, graduale e sostenuto processo di rientro dal debito non appena le condizioni lo consentiranno”, sottolineano poi i giudici contabili, aggiungendo: “Come largamente atteso, nel 2020 il debito pubblico è risultato in significativa crescita, attestandosi al 155,8 per cento del Pil. Si tratta – ricorda la magistratura contabile – di un valore di poco inferiore al massimo registrato dalle statistiche storiche ricostruite dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca d’Italia e risalenti agli inizi dell’Unità d’Italia. Il Def “prospetta per il 2021 un’ulteriore lievitazione del rapporto (di 3 punti, al 159,8 per cento) L’inversione della tendenza al rialzo viene così rinviata al 2022. La scelta appare condivisibile e per certi aspetti, inevitabile. È importante, come del resto raccomandato recentemente dagli stessi principali organismi internazionali (Fondo monetario, Ocse e Banca centrale europea), che il bilancio pubblico sostenga i bilanci privati fino a quando sarà necessario per preservare, come si è detto, il potenziale produttivo e di crescita”, sostiene la Corte dei Conti.

“Le prospettive di breve e medio termine delineate nel Def appaiono alla portata del nostro Paese”: infatti, dopo la marcata caduta accusata dall’economia italiana, passata dal +0,3% di crescita del Pil nel 2019 al -8,9% del 2020, le stime del Documento di economia e finanza presentato ad aprile prevedono per l’anno in corso un aumento del 4,5% del Pil con un recupero di quasi la metà del terreno perduto”, sostiene ancora la Corte dei Conti. “La scommessa implicita è sulla crescita potenziale che potrà essere significativamente innalzata grazie ai programmati investimenti pubblici, ma che non sarebbe solida e duratura se non facesse leva sul ritorno vigoroso delle iniziative imprenditoriali; infatti, i dati mostrano che ampi spazi di recupero vi sono anche per gli investimenti privati grazie agli stimoli del Pnrr. Vanno, al riguardo, superate le fragilità che caratterizzano la nostra economia con le attese riforme strutturali e la capacità di fare nuovi investimenti all’insegna della sostenibilità infrastrutturale ed ambientale”, scrive la magistratura contabile. Soffermandosi sui conti pubblici, la Corte osserva che “le misure discrezionali, insieme alle minori entrate e maggiori spese indotte dalla crisi (i cosiddetti stabilizzatori automatici), hanno portato nel 2020 a un crollo del saldo primario, passato da un avanzo dell’1,8 % ad un valore negativo di -6 %. Ciò si è riflesso sull’indebitamento netto che, con un aumento di 7,9 punti, si è collocato al 9,5 % del Pil. Il rapporto fra il debito pubblico e il prodotto è aumentato al 155,8%, con un incremento di 21,2 punti percentuali (era al 134,6 a fine 2019). Ma, ammoniscono le Sezioni riunite, sarà possibile rimettere in moto il Paese solo creando un contesto più trasparente ed efficiente con le riforme su giustizia, pubblica amministrazione, ammortizzatori sociali e fisco, al fine di attrarre imprese e capitali esteri, di offrire occasioni di lavoro ai giovani e di dare un consistente impulso alla lotta contro l’evasione fiscale per assicurare contestualmente una crescita del rapporto entrate su Pil e una riduzione della pressione fiscale su famiglie e imprese. Quanto al debito pubblico, per la sua necessaria, graduale, riduzione, prevista a partire dal 2022, sarà fondamentale che siano preservati tassi di interesse contenuti, per garantire i quali, rileva la Corte, è “cruciale la credibilità degli impegni affinché si minimizzi lo spread che va a sommarsi al tasso di interesse di fondo”; solo così potrà essere garantito “un favorevole sentiero prospettico per il costo medio”. “Altrettanto rilevante, se non di più, è l’impegno affinché il debito pubblico non si traduca in una riduzione dello stock complessivo di capitale nell’economia ma, al contrario, in una sua crescita. E ciò dipenderà, in grande misura, dalle caratteristiche qualitative degli investimenti programmati del Pnrr”. Il graduale rientro dal debito potrà effettivamente avvenire solo all’interno di un quadro di crescita molto più vivace di quello conosciuto negli ultimi decenni; ma che al contempo sarà difficile che possa prodursi senza un ritorno, superata la crisi pandemica, ad un sostenibile avanzo primario.

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