Aziende, fermare la delocalizzazione selvaggia con un decreto: ecco la bozza

Chiusure aziendali con preavviso di almeno sei mesi. Nomina di un advisor interfaccia con le istituzioni e stesura di un piano per contenere le ricadute occupazioni ed economiche. Sanzioni e blacklist per chi usufruendo di agevolazioni per insediarsi in Italia delocalizzi successivamente, spostandosi in altri territori. Sono questi alcuni dei punti che emergono nelle bozze del decreto anti delocalizzazioni che sarà esaminato nel consiglio dei ministri dopo la pausa estiva.

Il decreto a cui stanno lavorando il ministero del lavoro e quello dello sviluppo economico si rivolge alle imprese operanti in Italia dal primo gennaio 2020 di dimensione medio grandi e che per ragioni di squilibri di bilancio tali da rendere plausibile lo stato di insolvenza avviino una procedura di chiusura.

«Il nostro obiettivo non è colpire le ristrutturazioni tout court. Non vogliamo colpevolizzare chi fa turnaround”, ha spiegato il viceministro allo sviluppo economico Alessandra Todde, «perché deve passare a modelli produttivi diversi, non abbiamo di certo in testa imprese che vivano di sussidi. La competitività è l’obiettivo, ma atteggiamenti puramente speculativi non sono più accettabili».

Informativa. È introdotto l’obbligo per l’impresa di dare comunicazione per iscritto del progetto di chiusura del sito produttivo al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, al Ministero dello sviluppo economico, all’Agenzia nazionale per le politiche attive, alla regione in cui è situato il sito produttivo e alle rappresentanze sindacali aziendali. Almeno sei mesi prima della chiusura è attivato quello che è definito diritto di allerta per i lavoratori di conoscere per tempo le decisioni di chiusura aziendale. Nella comunicazione dunque dovranno essere precisate: «le ragioni economiche, finanziarie, tecniche o organizzative del progetto di chiusura, il numero e i profili professionali del personale occupato e il termine entro cui è prevista la chiusura».

Piano mitigazione ricadute occupazionali. Entro 90 giorni dalla comunicazione l’azienda dovrà, inoltre, presentare un piano per limitare le ricadute occupazionali ed economiche derivanti dalla chiusura del sito produttivo. Nel piano sarà necessario specificare: le azioni programmate per la salvaguardia dei livelli occupazionali e gli interventi per la gestione non traumatica dei possibili esuberi. Le strade indicate nel decreto sono quelle della ricollocazione presso altra impresa, le misure di politica attiva del lavoro, quali servizi di orientamento, assistenza alla ricollocazione, formazione e riqualificazione professionale, finalizzati alla rioccupazione o all’autoimpiego.

Si dovranno, poi precisare le prospettive di cessione dell’azienda o dei compendi aziendali con finalità di continuazione dell’attività, anche mediante cessione dell’azienda, o di suoi rami, ai lavoratori o a cooperative da essi costituite.

Da percorrere anche la strada degli eventuali progetti di riconversione del sito produttivo, anche per finalità socio-culturali a favore del territorio interessato e infine i tempi, le fasi e le modalità di attuazione delle azioni previste.

Advisor. L’impresa entro un mese dalla comunicazione della decisione di chiusura aziendale deve procedere alla nomina di un advisor quale professionista esperto, indipendente e munito di competenze sia per le politiche attive e di reindustrializzazione sia per l’outplacement.

La struttura per la crisi di impresa che esamina il piano ha 30 giorni per rispondere al documento. Nel caso in cui l’azienda non invii il piano scatta una sanzione che è prevista in 10 volte il contributo dell’articolo 2 comma 31 l. 92/12 (50 per cento del trattamento mensile iniziale di ASpI per ogni dodici mesi di anzianità aziendale negli ultimi tre anni).

Sanzioni. Per l’azienda che chiude comunque in assenza delle condizioni previste dal decreto esiste l’inserimento in una black list. Stessa sorte per i soggetti che fanno parte dello stesso gruppo industriali o sono legati da un rapporto di direzione e coordinamento. Per tre anni non potrà ricevere finanziamenti o incentivi pubblici nazionali né ammortizzatori sociali.

Contributi pubblici. E’ prevista una sanzione pari al 2% del fatturato dell’ultimo esercizio nel caso in cui chi ha ricevuto contributi pubblici nell’arco dei cinque anni precedenti, violi il diritto di allerta o la procedura di reindustrializzazione. L’importo andrà a un fondo dedicato alla reindustrializzazione.

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