“Avanti tutta sull’estensione della flat tax fino a 100mila euro di fatturato”. Matteo Salvini non molla: dopo i risultati deludenti delle elezioni politiche ha ricevuto un nuovo mandato dai dirigenti della Lega a rappresentare il partito e ora spinge sui cavalli di battaglia del Carroccio, tra cui proprio la tassa piatta. Il pressing su Giorgia Meloni è forte: si punta a un primo intervento già in legge di Bilancio.
La presidente del Consiglio in pectore, però, avrà diversi problemi a far quadrare i conti: le emergenze sono tante, le voci di spesa ancora di più e le coperture latitano. La coperta, insomma, è corta, e si farà fatica anche solo per confermare tutti gli aiuti contro il caro-energia varati da Draghi, oltre che prevedere qualche aiuto contro i nuovi rincari di gas e luce e forse qualche lieve aumento in busta paga.
Innanzitutto quello che sembra certo è che per ora la tassa unica al 15% o al 23%, come promesso da Salvini e Berlusconi in campagna elettorale, non si può fare. La versione più bassa, secondo le stime del 2019 (quando Salvini voleva farla approvare dal governo Conte I), costerebbe tra i 50 e i 60 miliardi di euro.
La cifra si può abbassare se si prevede una prima estensione dell’attuale regime forfettario ai dipendenti con redditi medi e ai pensionati senza assegni d’oro, ma difficilmente sarebbe inferiore ai 15 miliardi di euro. Con una tassa al 23%, invece, il costo sarebbe compreso tra i 20 e i 30 miliardi ogni anno: una vera e propria finanziaria ogni dodici mesi.
Che queste ipotesi per ora siano impossibili sembra essersene reso conto anche Salvini, che infatti punta solo sull’allargamento del regime agevolato per le partite Iva (attualmente pagano il 15% di Irpef fino a 65mila euro di reddito annuo). L’estensione della flat tax per gli autonomi fino a 100mila euro costerebbe circa 1 miliardo di euro.
La flat tax incrementale, invece, sarebbe valida sull’aumento dei redditi dichiarati. Per fare un esempio: se nell’anno X ho dichiarato 60mila euro e nell’anno successivo dichiaro 65.000 euro, sui 5.000 euro in più sarà applicata la flat tax al 15% o 23%. La misura sarebbe sostanzialmente a costo zero, nel senso che non ridurrebbe le entrate attuali, ma garantirebbe aumenti di entrate minori rispetto a quelli che ci sarebbero con il sistema di oggi.
Ad essere coinvolti sarebbero i lavoratori dipendenti (che vedrebbero aumentare la retribuzione per le ore di straordinario lavorate in più o avrebbero un premio sugli incrementi di stipendio per un tempo limitato) e gli autonomi (se ampliano il reddito e quindi la clientela, anche oltre la soglia attuale dei 65mila euro di reddito).
Nel frattempo in Veneto, il presidente Zaia fa i conti con un bilancio regionale molto difficile in un momento di crisi e per questo ragiona sulla reintroduzione dell’addizionale Irpef sui redditi medi ed alti, eliminata tredici anni fa. Frutterebbe circa 300 milioni di euro annui, da destinare alle persone più fragili colpite dai costi insostenibili di gas e luce.
Ma la notizia non può che fare rumore visto il pressing a Roma del Carroccio per abbassare le tasse quasi alle stesse fasce sociali. Tutto ciò alimenta le voci di una possibile futura spaccatura dei governatori leghisti del Nord e forse di una sorta di “ribaltone interno” per cambiare la leadership.
